GPS 2026: informatica è titolo di accesso? Da titoli eterni a competenze da aggiornare. Perché il MIM potrebbe renderne almeno una requisito di accesso, anche con riserva
- La Redazione

- 3 ore fa
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Formazione continua sì, business no: se l’aggiornamento diventa obbligo strutturale, deve essere garantito e sostenuto dal Ministero, non scaricato sui docenti...

Per anni le certificazioni informatiche sono state considerate titoli validi per sempre, utili ad accumulare punteggio nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze. Oggi, però, il quadro è profondamente cambiato: la stragrande maggioranza dei docenti possiede quattro certificazioni informatiche, spesso conseguite molti anni fa, con programmi che non rispecchiano più la scuola digitale attuale. Un modo di fare che ha determinato una scalata all'acquisizione dei titoli a pagamento per scalare le graduatorie.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un titolo nato come competenza è diventato un adempimento formale, privo di reale valore selettivo. Una trasformazione che ha trovato nuova attenzione anche dopo l’inchiesta di Report, che ha acceso i riflettori sul sistema delle certificazioni “a pacchetto” e sulla loro effettiva utilità.
Da qui nasce una domanda sempre più frequente, quale futuro attende le certificazioni informatiche nelle GPS? Oggi, anche alla luce di quanto previsto dalla bozza dell'ordinanza Ministeriale in riferimento alle GPS 2026, cercheremo di dare una risposta al quesito.
È necessario chiarire subito un punto per evitare fraintendimenti. Le certificazioni informatiche già conseguite e già utilizzate nelle GPS non possono essere annullate retroattivamente. Non esiste, dunque, alcuna base giuridica per cancellare in blocco punteggi già assegnati. Questo, però, non significa che quei titoli continueranno ad avere lo stesso peso. Il cambiamento in atto non guarda al passato, ma al futuro. Il Ministero non è chiamato a disconoscere ciò che è stato, bensì a ridefinire cosa sarà considerato rilevante da qui in avanti. Il nodo centrale è l’obsolescenza. Si stima che circolino tra i quattro e i cinque milioni di certificazioni informatiche, molte delle quali risalgono a dieci o quindici anni fa.
Titoli che non sono falsi, né irregolari, ma che rappresentano competenze ormai superate. Una certificazione LIM conseguita all’inizio degli anni Duemila racconta una fase storica della scuola, non la capacità di muoversi oggi tra registro elettronico, ambienti digitali di apprendimento e didattica integrata. In questo contesto diventa evidente che il problema non è giuridico, ma amministrativo e culturale. Un sistema che continua a premiare titoli inflazionati rischia di perdere credibilità e coerenza. Ed è qui che entra in gioco un precedente tutt’altro che marginale, quello del personale ATA.
La formazione continua è necessaria, ma non può trasformarsi in un business permanente a carico dei docenti. Se l’aggiornamento diventa un obbligo strutturale, allora deve essere garantito e sostenuto dal datore di lavoro, che per la scuola è il Ministero. In questo quadro, una Carta del docente ridotta a circa 400 euro non rappresenta un passo avanti, ma il rischio concreto di continuare a far gravare la formazione sulle spalle degli insegnanti.
È bene ricordarlo, i milioni di certificazioni informatiche conseguite negli anni dai docenti precari sono state finanziate interamente di tasca propria, anche perché la Carta del docente è stata estesa a tutti i precari solo a partire da quest’anno. Un dato che non può essere ignorato nel momento in cui si parla di formazione obbligatoria e di nuovi requisiti di accesso.
Per gli ATA la certificazione informatica è già un titolo di accesso e, soprattutto, non è eterna. Deve essere aggiornata, mantenuta valida, dimostrata nel tempo. È un cambio di paradigma rilevante, perché introduce un principio chiaro: la competenza digitale non è un bollino da conseguire una volta per tutte, ma una competenza professionale viva. Alla luce di questo precedente, l’ipotesi che anche per i docenti l’informatica possa diventare titolo di accesso alle GPS non appare né estrema né improvvisata. Al contrario, si inserisce in una traiettoria normativa coerente, rafforzata dalle indicazioni europee, dal PNRR e dalla progressiva digitalizzazione della scuola. Il MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) potrebbe arrivare a richiedere almeno una certificazione informatica qualificata come prerequisito minimo per l’inserimento in graduatoria, superando definitivamente il modello delle quattro certificazioni tutte uguali e indistinte.
Una scelta di questo tipo, però, difficilmente sarebbe applicata in modo rigido e immediato. Proprio per evitare esclusioni di massa e contenziosi, è realistico immaginare la soluzione già sperimentata con il personale ATA, l’inserimento con riserva. I docenti potrebbero accedere alle GPS anche senza il nuovo requisito, con l’obbligo di conseguire la certificazione entro un termine congruo, ad esempio dodici mesi. Un tempo utile per organizzarsi, formarsi e adeguarsi, senza essere penalizzati nell’immediato.
In questo scenario le vecchie certificazioni non verrebbero cancellate né invalidate. Resterebbero nel curriculum, ma perderebbero progressivamente rilevanza ai fini delle graduatorie. Non più titoli decisivi, non più strumenti per scalare posizioni, ma tracce di un percorso formativo passato. Da titoli eterni a titoli storici. Il punto, dunque, non è se le certificazioni informatiche “spariranno”, ma come cambierà il loro ruolo. Tutto lascia pensare che il sistema si stia muovendo verso una distinzione netta tra competenza minima obbligatoria e titoli avanzati realmente qualificanti. Meno quantità, più qualità. Meno accumulo, più aggiornamento. Dopo anni di inflazione dei titoli, la transizione appare inevitabile. Non una punizione per chi ha investito in formazione, ma un riallineamento necessario tra ciò che le graduatorie premiano e ciò che la scuola oggi richiede davvero.
di LA REDAZIONE
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