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Galimberti: "Il vero coraggio oggi è essere se stessi. Ritrovare l’identità significa tornare all’essenza, alle relazioni autentiche e a una vita vissuta senza maschere"

Aggiornamento: 17 feb

Il filosofo mette a nudo il rischio più grande del nostro tempo: smarrire l’identità pur di essere visti...

Viviamo in un tempo in cui l’apparenza ha preso il posto dell’essenza. Essere visti è diventato più importante che essere, ottenere consenso più urgente che capire chi siamo davvero. È in questo vuoto che, pur di sentirci accettati, finiamo per omologarci, indossando una maschera e mettendo da parte la nostra vera identità.

“Siamo passati dall’era dell’homo sapiens a quella dell’homo videns: non facciamo altro che fotografarci per sedare l’angoscia dell’anonimato, quella che ci fa parlare ad alta voce sul treno per far sapere a tutti chi siamo. L’identità è ormai affidata a follower e like: più ne hai, più pensi di essere qualcuno. Ma essere qualcuno non significa niente, è presenzialismo senza sostanza”, questo quanto dichiarato espressamente dal filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti per evidenziare come oggi la nostra identità sia più legata all’apparenza che all’essenza.

L’utilizzo dei social network ha senz’altro accentuato questo meccanismo: i giovanissimi, e non solo, ricercando spasmodicamente l’approvazione altrui, finiscono col mettere in mostra ogni attimo della loro esistenza, fingendosi sempre felici, infallibili, quasi perfetti, ma ritrovandosi così a recitare un ruolo che non gli appartiene, trasformando la loro vita in una farsa di cattivo gusto.

Ma ciò che appare ancora più paradossale è che, nonostante questa continua pubblicizzazione ed ostentazione, continuiamo a preferire l’isolamento: “i ragazzi si fotografano in bagno, da soli, e poi siccome condividono quella foto su un social network e raggranellano centinaia di reazioni, pensano di aver interagito con centinaia di persone. È una distorsione drammatica”, così come spiegatoci molto accuratamente dal filosofo. “Fotografiamo tutto - sottolinea Umberto Galimberti - noi stessi nello specchio dell’ascensore, un tramonto, un’alba, una nascita, di fatto non vivendo mai in modo diretto la realtà, ma pensando all’inquadratura, a frapporre fra noi e la vita che sta accadendo un congelatore di immagini e sensazioni, che accumuleremo in una memoria digitale destinata a non essere consultata mai, perdendoci così il sapore vero della vita”.


Dunque, fotografiamo qualsiasi cosa in qualsiasi momento, collezioniamo immagini, spesso non avendo neppure il tempo di guardarle: in tal modo, però, non riusciamo a vivere la nostra esistenza direttamente e pienamente, distratti dalla mania compulsiva di “conservare” scatti unici che dovremmo solo fotografare nella nostra memoria.

Il selfie, ad esempio, viene considerato dal filosofo come una tragedia: “il selfie non risponde a un bisogno di vedere le cose, risponde a una sorta di feticismo, per cui io sono stato in quel posto e l'ho fotografato, io ho visto quella persona e l'ho fotografata; anche io quando vado per le strade i ragazzi mi chiedono un selfie, però non riguarda il fatto che tu hai una stima di me e ti metti a leggere un libro, no, hai una faccia, la mia faccia vicino la tua e poi la distribuisci tra i tuoi amici, quindi non è più una conoscenza, non è più una rappresentazione”.


Occorre, pertanto, ristabilire il giusto equilibrio: è importante, infatti, prendersi cura delle relazioni interpersonali, prediligendo i rapporti umani e non quelli virtuali, valorizzando la nostra vera identità personale senza dover fingere o indossare una maschera, ma anzi facendo prevalere la nostra vera essenza.

Bisogna ritornare a vivere pienamente, assaporando gli attimi indimenticabili che la vita ci offre, così da goderci la bellezza di un’alba o di un tramonto, ma anche il calore di un abbraccio o la dolcezza di un bacio: ogni momento merita di essere vissuto intensamente senza filtri o mediazioni, così da vivere una vita a colori e non in bianco e nero.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto se stai vivendo davvero o se stai solo cercando di apparire? Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza, anche in forma anonima. Condividere può essere di supporto a quanti si soffermano su questo argomento.



di VALENTINA TROPEA

2 commenti


Massimo
17 feb

Si essere se stessi nel bene e nel male ti fa sentire bene. Io l'ho provato quando mi sono stancato delle recite che avevo attorno.....puoi essere più solo ma ne vale la pena

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Claudio
17 feb

Condivido la riflessione di Galimberti...non sono ancora riuscito a farmi un selfie che venisse bene...meglio salvaguardare le emozioni vere e dirette di un momento che poi potranno essere condivise a parole senza mediazione della tecnica

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