Galiano: "Basta con la penna rossa, usiamo la penna verde". A scuola bisogna valorizzare i successi, non solo segnare gli errori
- La Redazione

- 3 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Il professor Enrico Galiano spiega perché non basta segnare gli errori e cosa cambia davvero quando si iniziano a vedere i progressi...

Generazioni e generazioni di studenti sono cresciute con il terrore di quel colore rosso d’inchiostro che spuntava minaccioso dai fogli delle verifiche. Non serve vedere il voto: se vedi tanto rosso il compito è andato sicuramente male, altrimenti beh… se ne può discutere. Il segno rosso rappresenta da sempre la sanzione, la mancanza e il giudizio su ciò che non andava bene. Cosa succederebbe, però, se ad un tratto gli insegnanti decidessero di cambiare il colore della penna per sottolineare ciò che è giusto?
È questa la riflessione del docente e scrittore Enrico Galiano, posta nel libro “L’arte di sbagliare alla grande”. Per l’autore tutto nasce da un episodio vissuto in prima persona durante la correzione di un testo di una sua alunna, da sempre in seria difficoltà con l'uso della punteggiatura. Trovando per la prima volta un segno d’interpunzione messo al punto giusto, il professore arriva ad una conclusione che mette in discussione il metodo con cui si valutano gli studenti: “Nel mio lavoro di insegnante, avevo usato sempre e solo la penna rossa. Per correggere i compiti, avevo pensato sempre e solo a sottolineare gli errori”.
Segnalare le lacune e gli errori senza valorizzare tutto ciò che i ragazzi fanno di buono (come se fosse dato per scontato) rischia di svalutare le potenzialità degli alunni, schiacciandoli con i loro errori. Per questo motivo, di fronte a quel piccolo ma grande progresso della sua alunna, il professore Enrico Galiano decide di prendere una penna verde per cerchiare quel progresso e festeggiare il successo.
Se si continua ad usare solo l’inchiostro rosso, si genererà una morsa per i ragazzi, che finiranno per identificarsi unicamente con i propri fallimenti, non riuscendo a vedere quanti progressi stanno facendo nel frattempo. Si convinceranno di non avere talenti o capacità.
Il vero compito dell’educatore, allora, dovrebbe essere quello di individuare il bello presente nei ragazzi e tirarlo fuori. A pensarci bene è proprio questo il significato di “educare”: deriva dal latino “ex-ducere” che significa “tirare fuori”. Dovremmo dunque trattare i ragazzi come miniere, nel cui fondo si nascondono i diamanti più belli; e non come dei recipienti vuoti da riempire con l’Imbuto di Norimberga. Ricorrendo a una metafora evocativa, Galiano spiega il limite enorme di un'educazione basata unicamente sulla correzione del difetto: “A forza di concentrarmi sul dito, mi stavo dimenticando quanta luna c’era da guardare”.
Il gesto di utilizzare la penna verde, che all’apparenza può sembrare banale, cela una rivoluzione profonda della didattica che smette di essere solo punitrice e diventa l’incoraggiamento positivo che sprona a dare di più, a fare meglio. Questo non significa che bisogna mettere nel cassetto la penna rossa e non usarla più, ma affiancargli la consapevolezza di ciò che funziona, questo perché: “se facciamo vedere ai ragazzi solo dove sbagliano, se tutti i nostri sforzi si concentrano sui loro errori, facciamo noi l’errore più grande di tutti. L’errore di lasciar passare inosservata la forza per guardare solo la debolezza, l’errore di perdere di vista la luce perché troppo distratti dal buio”.
E tu, lettore che ci segui, pensi che a scuola si dia troppo spazio agli errori e poco ai successi? Ti è mai capitato di sentirti definito solo dai tuoi sbagli?
Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza nei commenti anche in forma anonima: confrontarsi può cambiare il modo di vedere le cose.
di LEANDRO CASTAGNA




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Ce lo doveva dire Galliano! Sono in pensione, ho usato la penna verde, anzi pennarelli di tutti colori, millanta anni fa. La scuola non ha bisogno di star!
Leggere ccsa pensa la dr.ssa Lucangeli a proposito della scuola attuale : verificatoio e processo di svalutazione continuo