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Mario Calabresi racconta la storia di un bambino rimasto senza padre a 3 anni. Un dolore che diventa forza, lo fa rialzare e lo trasforma in un grande cardiochirurgo

"Nell’esatto momento in cui abbiamo allontanato la fatica, abbiamo allontanato anche i valori più autentici, ogni cosa senza impegno perde di significato dal lavoro..."

“La mia idea di fatica assoluta, assoluta perché costante, continua e impossibile da fuggire, ha il volto di un uomo silenzioso, gentile, piccolo di statura e con gli occhiali da vista, che rientra a casa a metà del pomeriggio e saluta i figli cercando di disturbare il meno possibile, prima di ritirarsi nella sua camera da letto per dormire un po’. È un cardiochirurgo, entra in sala operatoria la mattina presto, e a quell’ora del pomeriggio è sfinito dall’impegno e dalla concentrazione” è così che scrive Mario Calabresi, scrittore e giornalista nel suo ultimo libro.

La sua idea di fatica è lontana dalla vita che oggi conduciamo. Come ha spesso ribadito, siamo felici solo all’idea di semplificare tutto, allontanando però la soddisfazione vera. Raccontando del medico che ha catturato per anni la sua attenzione afferma: “Lo guardavo con molto rispetto, come si guarda una persona che nel suo lavoro non può sbagliare, non può distrarsi, non può mollare. Si chiamava Pino Fundarò, era nato ad Alcamo in Sicilia; era il padre di Camilla, una mia compagna di classe a cui davo il tormento per farmi aiutare con le versioni di latino e greco”. 

Pino è un uomo “vecchio stampo”, dedito al lavoro e alla famiglia. Ma questa dedizione è nata nel tempo, è nata da una rottura profonda e dalla voglia di risanarla. Infatti, continua Calabresi: “Pino era stato un bambino terribile, orfano di padre a soli 3 anni, aveva cominciato a saltare la scuola elementare e a passare le sue giornate a fumare nella piazza del paese. Il papà era morto a causa di una cardiopatia reumatica, una malattia che oggi si cura con l’antibiotico. La madre era sopraffatta dalla situazione e non riusciva a crescere questo figlio ingestibile, e così lo aveva mandato a Genova da suo fratello. Lo zio era riuscito a far finire le scuole a Pino, anche se con risultati molto modesti, tanta fatica e il minimo dei voti”.

La vita del medico ha per anni girato attorno all’assenza del padre, un vuoto che ha provocato inevitabilmente disordine, un carattere difficile da gestire e un rapporto turbolento con la madre. Ma quel dolore in qualche modo col tempo assume una forma diversa, una forma migliore: “Nell’estate dopo il diploma era accaduta una cosa completamente inattesa: Pino aveva detto allo zio e alla madre che avrebbe voluto fare l’università, voleva diventare un medico. Qualcosa era successo dentro di lui, qualcosa di prezioso: aveva visto l’opportunità di riempire quel vuoto che aveva segnato la sua vita. La possibilità di trovare un centro e una direzione”. È proprio qui che la storia raccontata da Calabresi assume il valore di una lezione di vita. Quel bambino ribelle e senza punti di riferimento sceglie di trasformare il dolore per la perdita del padre nella forza per costruire il proprio futuro, fino a diventare un cardiochirurgo. Una dimostrazione concreta di come anche le ferite più profonde possano trasformarsi in una nuova possibilità, quando si trova il coraggio di rialzarsi e dare un senso alla propria vita.

Ed è così che un dolore si trasforma in rinascita, in fatica e nella voglia di diventare indispensabile per qualcuno, anche a costo di sacrificare una parte della propria vita. Ed è proprio questo il messaggio principale che vuole trasmettere l’autore: “Ho visto la parola «fatica» assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata”. Nell’esatto momento in cui abbiamo allontanato la fatica, abbiamo allontanato anche i valori più autentici, ogni cosa senza impegno perde di significato: dal lavoro, allo studio fino alle relazioni. Secondo Calabresi, la fatica è il prezzo da pagare per sentirsi pienamente soddisfatti, ripagati e soprattutto felici di vivere la vita che vogliamo. 





di Natalia Sessa

2 commenti


Ospite
28 giu

HO LETTO LA STORIA DEL DOTTORE E CREDO CHE SIA TUTTO VERO QUALSIASI COSA CHE FACCIAMO. SENZA IMPEGNO E SUDORE NON A ALCUN VALORE E NON CI PORTA SODDISFAZIONI AL MOMENTO CHE CI CONNCENTRIAMO CI SENTIAMO GRATIFICATI SUCCEDE PROPRIO A ME NELLE MIE PICCOLE COSE


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Monique
26 giu

Caro Schettini, lei fa bene a esplicitare il suo pensiero, io sono perfettamente d'accordo con lei. Però lei sa bene che tutt'oggi ci sono persone così ignoranti, ma così ignoranti che si fa fatica ad immaginarne il grado. Un mio conoscente questi individui li chiamava coloritamente " foionchi". Il foionco al suo paese era un animale selvatico dei boschi. Ed a queste persone è quasi inutile parlare di dialogo con i figli, vanno per la loro strada e non ascoltano ragione. Bisognerebbe risalire al loro vissuto primordiale per aprire uno spiraglio e lì inserire nuovi e più giusti concetti. Se è vero che quel padre ha ucciso suo figlio per motivi sessuali pensi a che punto di arretratezza siamo …


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