Crepet: "Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita". Non rincorrere la mediocrità per riempire i vuoti
- La Redazione

- 25 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 27 giu
Per quanto ci si ostini nel ricercare consenso ed approvazione, omologandosi e conformandosi agli altri, sarà importante imparare anche a stare da soli, perché non bisogna mai rincorrere la mediocrità per…

Gli adulti di riferimento, in qualità di educatori, nell’esercizio della loro funzione pedagogica, hanno una grande responsabilità nei confronti dei giovanissimi, divenendo per questi ultimi modelli da emulare.
Ecco allora che ci si chiede che cosa significhi davvero oggi educare e soprattutto ci si interroga sul come gli adulti di riferimento debbano modulare la propria autorevolezza così da svolgere congruamente la propria funzione educativa.
In tale prospettiva appaiono pregne di significato le parole che il sociologo e psichiatra Paolo Crepet rivolge ad una bambina che sta per nascere, attraverso una lettera che riportiamo qui di seguito per intero:
“Cosa hai sentito finora del mondo attraverso l'acqua e la pelle tesa della pancia di mamma? Cosa ti hanno detto le tue orecchie imperfette delle nostre paure? Riusciremo a volerti senza pretendere, a guardarti senza riempire il tuo spazio di parole, inviti, divieti? Riusciremo ad accorgerci di te anche dai tuoi silenzi, a rispettare la tua crescita senza gravarla di sensi di colpa e di affanni? Riusciremo a stringerti senza che il nostro contatto sia richiesta spasmodica o ricatto d'affetto?
Vorrei che i tuoi Natali non fossero colmi di doni – segnali a volte sfacciati delle nostre assenze – ma di attenzioni. Vorrei che gli adulti che incontrerai fossero capaci di autorevolezza, fermi e coerenti: qualità dei più saggi. La coerenza, mi piacerebbe per te. E la consapevolezza che nel mondo in cui verrai esistono oltre alle regole relazioni e che le une non sono meno necessarie delle altre, ma facce di una stessa luna presente.
Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a inseguire le emozioni come gli aquiloni fanno con le brezze più impreviste e spudorate; tutte, anche quelle che sanno di dolore. Mi piacerebbe che ti dicessero che la vita comprende la morte. Perché il dolore non è solo vuota perdita ma affettività, acquisizione oltre che sottrazione. La morte è un testimone che i migliori di noi lasciano ad altri nella convinzione che se ne possano giovare: così nasce il ricordo, la memoria più bella che è storia della nostra stessa identità.
Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire vuoti, né pietire uno sguardo o un'ora d'amore.
Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia.
Adora la tua inquietudine finché avrai forze e sorrisi, cerca di usarla per contaminare gli altri, soprattutto i più pavidi e vulnerabili. Dona loro il tuo vento intrepido, ascolta il loro silenzio con curiosità, rispetta anche la loro paura eccessiva.
Mi piacerebbe che la persona che più ti amerà possa amare il tuo congedo come un marinaio che vede la sua vecchia barca allontanarsi e galleggiare sapiente lungo la linea dell'orizzonte. E tu allora porterai quell'amore sempre con te, nascosto nella tua tasca più intima”.
Attraverso tale lettera Paolo Crepet coglie l’occasione per augurare ai giovanissimi un futuro radioso anche e soprattutto grazie alla presenza di adulti capaci di autorevolezza, fermi e coerenti, che sappiano dispensare attenzioni piuttosto che doni volti a compensare la loro assenza.
Lo psichiatra, inoltre, esorta le nuove generazioni ad inseguire le proprie emozioni così da vivere intensamente e pienamente ogni attimo della vita senza il rimpianto di non averci provato; ritornare ad emozionarsi, d’altronde, è la chiave per vivere felicemente e serenamente, riscoprendo la propria essenza.
Per quanto ci si ostini nel ricercare consenso ed approvazione, omologandosi e conformandosi agli altri, sarà importante che i giovani e non solo imparino anche a stare da soli, perché non bisogna mai rincorrere la mediocrità per riempire vuoti ma occorre guardarsi dentro e stare bene con se stessi, lasciando riemergere la propria identità.
E tu, lettore che ci segui, pensi che i giovani abbiano bisogno di adulti di riferimento autorevoli capaci di dispensare attenzioni piuttosto che doni volti a compensare la loro assenza? Non bisogna ricercare consenso ed approvazione, rincorrendo la mediocrità, ma anzi occorre imparare a stare bene anche da soli?
Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza, anche in forma anonima. Spesso fermarsi a riflettere insieme è già il primo passo verso il cambiamento.
di Valentina Tropea




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Never play for the audiance
Mai frase fú piú adatta!
Grande Duke David and B.
Riscontro tutto ciò che afferma il professore: le sue ideologie sono originali ele approvo molto.
Avere e crescere dei figli si dice che sia difficile ma non è vero: io stessa sono mamma. Non è difficile perché, dal momento in cui si arriva a decidere di avere uno o più figli, si deve avere già, almeno iniziato, un percorso profondo su se stessi per non sovraccaricare la prole dei propri disagi e insicurezze. Lavorare su se stessi, quello si, è difficile, perchè per arrivare nella profondità di se stessi bisogna spogliarsi del proprio io, del proprio orgoglio . Sono maschere che camuffano la propria personalità ma che, con il tempo, cadono davanti ai figli quando raggiungono una certa consapevolezza.
Barbara
In linea di massima sono d'accordo certo si dice da sempre "meglio soli che male accompagnati" però per me é triste pensare alla solitudine quasi come una conquista. Io, se necessario, so stare da sola, però come "male estremo" a me piace stare con gli altri. Certo, amicizie selezionate, persone che di base hanno i miei valori, anche se idee spesso diverse. Sono sempre stata così, i miei figli invece, sono più capaci di me di scegliere di restare soli.
Leggendo tutti questi bei commenti, che nel momento che leggi condividi, anche perché sono esperienze di vita e quindi non potrebbe essere diversamente, si sta meno soli, perché si sa di comunicare con altri il proprio vissuto. Grazie a tutti
Ho 75 anni e tutti gli errori che lei ha elencato li ho fatti tutti e non mi sono resa conto che mi accontentavo non della mediocrità, ma del vuoto intellettivo assoluto del mio ex marito e relativa famiglia.Dopo la separazione ero spaventata dalla solitudine ma pian piano ho iniziato a stare meglio in ogni senso anche di salute fisica. Ho constatato che stavo meglio sola. Ora, a causa di una invalidità motoria sono dovuta entrare in casa di riposo. Anche qui limito la vita comunitaria al minimo, altrimenti sto nella mia stanza e provo pure sollievo quando posso ritirarmi nella mia stanza. Unico neo, stare soli costa!