"Non possiamo chiedere alle ragazze di diventare meno libere per sentirsi più sicure", il CNDDU si esprime sul caso della violenza sessuale a discapito di una diciannovenne a Milano
- La Redazione

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"Troppo spesso, dopo episodi di violenza sessuale, l’attenzione finisce per concentrarsi sui comportamenti che le donne avrebbero potuto adottare per evitare una situazione..."

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per quanto denunciato da una ragazza di diciannove anni, soccorsa all’alba in corso
Como, a Milano, dopo una serata trascorsa in discoteca. Secondo quanto riferito dalla stampa, la giovane avrebbe raccontato di aver subito una violenza sessuale da parte di un uomo conosciuto nel corso della serata. Dopo essere riuscita ad allontanarsi, avrebbe chiesto aiuto a un passante, che ha allertato i soccorsi. La ragazza è stata successivamente accompagnata alla Clinica Mangiagalli, mentre i Carabinieri hanno avviato gli accertamenti necessari alla ricostruzione dei fatti.
Nel rispetto della giovane, della delicatezza della vicenda, della presunzione di innocenza e del lavoro dell’autorità giudiziaria, riteniamo che un episodio di tale gravità debba interrogare la società non soltanto sul piano della sicurezza, ma anche sul modo in cui vengono percepiti il consenso, la libertà personale e il rispetto dell’altro. La cronaca ci pone ancora una volta davanti a una questione essenziale: la libertà di una persona non viene meno perché ha scelto di trascorrere una serata in un locale, perché ha bevuto, ballato, conosciuto qualcuno o deciso di appartarsi con lui. Nessuna di queste circostanze può essere trasformata in una presunzione di disponibilità sessuale. Il consenso non può essere dedotto dal contesto, dall’abbigliamento, dall’orario, dal comportamento precedente o dal grado di confidenza raggiunto tra due persone. Deve essere libero e presente e può essere negato o ritirato in qualsiasi momento. È proprio su questo punto che il dibattito pubblico dovrebbe compiere un necessario salto di qualità.
Troppo spesso, dopo episodi di violenza sessuale, l’attenzione finisce per concentrarsi sui comportamenti che le donne avrebbero potuto adottare per evitare una situazione di pericolo. Si discute di quanto abbiano bevuto, dell’ora in cui siano rientrate, delle persone frequentate o dei luoghi scelti per divertirsi. Pur essendo importante promuovere condizioni di maggiore sicurezza, non possiamo costruire la prevenzione principalmente attraverso una progressiva limitazione della libertà delle potenziali vittime. La domanda da porre riguarda piuttosto la capacità della nostra società di riconoscere come invalicabile il confine rappresentato dalla volontà dell’altro. La prevenzione della violenza sessuale non può ridursi alla sorveglianza, per quanto importante, né può essere affidata esclusivamente alla risposta penale.
Le telecamere possono contribuire a ricostruire un fatto e ad accertare eventuali responsabilità; non possono, da sole, impedire che la sopraffazione si verifichi. La sicurezza richiede anche una responsabilità diffusa, capace di coinvolgere istituzioni, famiglie, luoghi di aggregazione, realtà sociali e tutti coloro che, a diverso titolo, entrano in contatto con le nuove generazioni. In tale prospettiva, anche i luoghi della vita notturna e della socialità giovanile meritano una riflessione più ampia. Discoteche e locali non sono soltanto spazi commerciali: sono luoghi nei quali migliaia di giovani si incontrano, costruiscono relazioni, sperimentano autonomia ed entrano in contatto con persone sconosciute. Sarebbe pertanto opportuno rafforzare la collaborazione tra gestori, istituzioni, servizi sociosanitari e realtà specializzate nel contrasto alla violenza, affinché la sicurezza non coincida unicamente con il controllo degli accessi, ma comprenda anche la capacità di riconoscere situazioni di vulnerabilità e di intervenire tempestivamente quando qualcuno chiede aiuto.
Il caso denunciato a Milano invita inoltre a riflettere sul modo in cui raccontiamo pubblicamente la violenza. La giovane che ha chiesto aiuto non deve diventare oggetto di curiosità, giudizi o ricostruzioni arbitrarie della propria vita privata. Ogni particolare relativo alla serata può trasformarsi, soprattutto nello spazio incontrollato dei social network, in uno strumento attraverso il quale spostare implicitamente l’attenzione dal comportamento di chi avrebbe commesso la violenza a quello di chi dichiara di averla subita. È una dinamica pericolosa, perché può generare una seconda esposizione della persona coinvolta e, più in generale, contribuire a creare un clima nel quale denunciare diventa ancora più difficile. La tutela della dignità passa anche attraverso il linguaggio utilizzato dai mezzi di informazione, dalle istituzioni e dai cittadini.
Allo stesso modo, appare necessario evitare generalizzazioni legate alla provenienza geografica del presunto responsabile. L’origine di una persona può costituire un elemento utile alla sua identificazione nell’ambito delle indagini, ma non rappresenta una spiegazione della violenza. Trasformare un dato descrittivo in una categoria interpretativa rischierebbe di alimentare altri pregiudizi senza offrire alcun contributo alla comprensione e alla prevenzione del fenomeno. In queste ore spetta agli investigatori ricostruire rigorosamente ciò che è accaduto e accertare le
eventuali responsabilità. Alla società spetta invece il compito di non archiviare episodi simili come fatti isolati destinati a occupare lo spazio della cronaca per pochi giorni.
Ogni vicenda di questo genere dovrebbe interrogarci sulla qualità delle relazioni, sul rispetto dell’autodeterminazione personale e sulla capacità di riconoscere l’altro come portatore di una volontà che non può essere ignorata, interpretata arbitrariamente o superata. Non possiamo chiedere alle ragazze di diventare progressivamente meno libere per sentirsi progressivamente più sicure. Occorre costruire una società nella quale una giovane possa uscire, divertirsi, conoscere qualcuno, cambiare idea e dire no senza che nessuna delle scelte compiute prima venga utilizzata per mettere in discussione quella parola. Il rispetto della libertà altrui non dovrebbe essere considerato una precauzione, ma un principio elementare della convivenza civile. È da questa consapevolezza che occorre ripartire, evitando tanto le semplificazioni quanto l’indifferenza, perché la libertà di ciascuno conserva il proprio significato soltanto quando riconosce e rispetta, senza ambiguità, la libertà dell’altro.
di La Redazione
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La fine dell' articolo, molto ben scritto, riassume il tutto:
"la libertà di ciascuno ha significato solo quando riconosce la libertà dell'altro, senza ambiguità."
Questo è il seme da gettare nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità, nella politica, ovunque!
Grazie.