“Pensione a 60 anni per i docenti”: l’allarme sul burnout arriva dall’Europa. Anief rilancia la richiesta
- La Redazione

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Uno studio dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro accende i riflettori sui rischi psicosociali degli insegnanti. Pacifico: “Il burnout va riconosciuto come malattia professionale”

Insegnare non significa soltanto entrare in classe e fare lezione. Dietro le ore trascorse con gli studenti ci sono carichi di lavoro, responsabilità, rapporti con le famiglie, adempimenti burocratici, pressione emotiva e una disponibilità che spesso supera l'orario ufficiale.
A riportare l'attenzione sulla condizione lavorativa dei docenti è ora uno studio dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, secondo il quale gli ambienti nei quali operano gli insegnanti presentano caratteristiche significativamente diverse rispetto a quelli degli uffici, del settore sanitario e degli ambienti industriali.
Un quadro che, secondo l'Anief, rende non più rinviabile il riconoscimento del burnout come malattia professionale e apre anche il tema della pensione a 60 anni per il personale scolastico.
“Gli ambienti di lavoro dei professionisti dell'insegnamento differiscono significativamente da quelli degli uffici, del settore sanitario e dei servizi e degli ambienti di lavoro industriali”. A questa conclusione sono giunti i ricercatori che hanno realizzato un recente studio prodotto dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, un organismo dell’Unione Europea, realizzato con lo scopo di evidenziare la mancata tutela della salute mentale degli insegnanti.
Lo studio – ripreso in queste ore dalla stampa nazionale italiana – ha evidenziato che il surplus di richieste rivolte agli insegnanti si riconduce a tre motivazioni distinte: “Richieste quantitative, come il carico di lavoro e i vincoli di tempo; richieste cognitive, che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e richieste emotive, che includono la gestione di situazioni emotivamente intense e lo svolgimento di un lavoro emotivo”. Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza”. La conclusione dello studio europeo è che “questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”.
In Italia la situazione è particolarmente complessa. Alla base dello stress crescente nella categoria c’è la gestione di compiti svariati e senza fine, come “gestire i conflitti tra gli alunni, fronteggiare le richieste sempre più pressanti dei genitori, che non di rado sfociano nella violenza, verbale e no, governare i rapporti con i colleghi, sobbarcarsi un lavoro burocratico che aumenta anno dopo anno, con la compilazione di schede e documenti di ogni genere e sempre più complessi, seguire le chat e i messaggi dello staff di presidenza a qualsiasi orario del giorno e della notte. E ancora. Lavorare ben oltre le 25 ore settimanali all’infanzia, 24 ore settimanali alla primaria e 18 ore a settimana alla media e al superiore, predisporre le lezioni e dedicarsi alla didattica con l’età che avanza e alunni sempre digitali, in Italia, rende il lavoro del docente sempre più complesso. E fonte di stress per chi lo affronta.
Per non parlare di quella considerevole fatte di supplenti, almeno 250mila, che ogni anno devono cambiare scuola, ricalibrarsi, affrontare le spese di costosi trasferimenti e adattarsi a situazioni sempre diverse. Anche perché, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni si mantengono ai minimi europei e la considerazione sociale non è certamente ai massimi storici”.
Come risposta alla difficile gestione di tutto questo, lo studio elenca dieci buone pratiche adottate da alcuni Paesi per migliorare la vita lavorativa degli insegnanti.
Per affrontare al meglio i cambiamenti imposti dalla tecnologia e dell’introduzione dell’intelligenza artificiale in alcuni Paesi sono partiti corsi di formazione online sulle tecnologie digitali e sulle metodologie didattiche innovative. Qualcosa si è mosso anche a livello legislativo: in Italia, ad esempio, è stato introdotto “’il diritto alla disconnessione’ previsto dal contratto di lavoro: dopo un certo orario, non si è più tenuti a scrollare messaggi e circolari ufficiali”.
È chiaro, commenta il sindacato Anief, che non basta: “quello che servirebbe tantissimo – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale del giovane sindacato autonomo - è il riconoscimento del burnout per il personale scolastico, come malattia professionale, e l’apertura di una finestra per pensioni a 60 anni dovuta proprio al lavoro usurante che devono svolgere i nostri professionisti della formazione”.
“Il nostro Gian Mauro Nonnis, componente Anief dell'Osservatorio ministeriale sulla sicurezza, ha da tempo posto il problema per tale riconoscimento – ricorda leader dell’Anief -, da intendere come priorità assoluta a tutela della categoria e della qualità dell’insegnamento. Io stesso, ho chiesto il suo inserimento quale materia di contrattazione integrativa nella parte normativa del contratto collettivo nazionale di lavoro 2025-2027. Perché lo stress da lavoro correlato è una malattia professionale che va riconosciuta: ciò permetterebbe al personale scolastico di andare in pensione a 60 anni come per tutti gli altri lavori usuranti, così come richiesto nella proposta di legge Bucalo sul doppio canale di reclutamento con immissione in ruolo direttamente da Gps”, conclude Pacifico.
di La Redazione
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