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Tupini: "Non vediamo le persone come sono, le abbelliamo o le imbruttiamo. La cosa più difficile è stare sulla riga". Quando trasformiamo gli altri in salvatori o nemici

La psicologa Gabriella Tupini ci spiega perché idealizziamo alcune persone fino a non vederne più i difetti e ne demonizziamo altre senza riuscire a riconoscerne neppure una qualità...

Una persona ci affascina e improvvisamente ogni sua parola sembra giusta. Un’altra ci irrita e, da quel momento, fatichiamo a riconoscerle persino una qualità. Tra l’adorazione e il rifiuto resta uno spazio molto più difficile da abitare: quello nel quale gli esseri umani appaiono per ciò che sono, con aspetti positivi, limiti, meriti e contraddizioni.

È da queste dinamiche relazionali che prende avvio la riflessione della psicologa Gabriella Tupini, raramente il nostro modo di guardare gli altri è completamente realistico. Nelle relazioni portiamo esperienze, bisogni e ferite che possono alterare ciò che vediamo. “Non vediamo la persona com’è, ma la abbelliamo o la imbruttiamo”, con queste parole la psicologa ci spiega che idealizzare significa attribuire a qualcuno soltanto caratteristiche positive, ignorando o giustificando tutto ciò che potrebbe incrinare quell’immagine.

“L’idealizzazione è una specie di adorazione, per cui tutto quello che l’altro fa e dice è positivo senza averlo analizzato”, osserva Tupini. Può accadere con un partner, un insegnante, un terapeuta, un personaggio pubblico o un leader politico. Non cerchiamo più qualcuno di cui poterci fidare, conservando la nostra capacità di valutazione, ma qualcuno “a cui poterci affidare” completamente.

Una figura che scelga al posto nostro e che ci rassicuri attraverso la promessa, impossibile, di non sbagliare mai. Dietro questa ricerca, secondo Tupini, può esserci un bisogno strettamente collegato a quando si è bambini. Infatti, il bambino dipende interamente dagli adulti che si prendono cura di lui e ha quindi bisogno di percepirli come figure buone e sicure. Quando il genitore ferisce, trascura o spaventa, riconoscerne la responsabilità può diventare insostenibile. “Il bambino preferisce assumersi le colpe piuttosto che andare contro il genitore, perché del genitore ha bisogno e non ne può fare a meno.” L’immagine del genitore viene preservata, mentre il bambino porta dentro di sé il peso di ciò che è accaduto.

Quel bisogno può continuare anche nell’età adulta e spingerci a cercare nuove figure da collocare su un piedistallo. “L’idealizzazione è la ricerca continua di un genitore buono”, afferma Tupini.

La demonizzazione compie il movimento opposto. Una persona viene ridotta ai suoi aspetti peggiori e tutto ciò che fa viene interpretato come una conferma della sua malvagità. Non c’è più spazio per distinguere un comportamento dalla totalità dell’individuo.

Idealizzazione e demonizzazione sembrano opposte, ma nascono dalla stessa difficoltà di accettare la complessità. In entrambi i casi non osserviamo più la persona reale. La trasformiamo in ciò di cui abbiamo bisogno, un salvatore da seguire oppure un nemico sul quale riversare rabbia e frustrazione.

Riconoscere una qualità in qualcuno che disapproviamo non significa assolverlo. Allo stesso modo, vedere un limite in una persona che stimiamo non significa tradirla. Significa conservare il contatto con la realtà e, nelle parole della psicologa, parlare “semplicemente per amore della verità”.

Il passaggio più maturo consiste allora nel resistere alla tentazione di collocare qualcuno interamente sul piedistallo o interamente nell’abisso. Possiamo ammirare senza adorare, criticare senza distruggere, fidarci senza rinunciare al nostro giudizio.

“Se disapprovate una persona dovete dire perché la disapprovate, perché altrimenti diventa soltanto una proiezione”, conclude Tupini.

“Stare sulla riga” significa proprio questo: accettare che nessuno sia completamente ciò che vorremmo e che la maturità non consista nel trovare persone perfette, ma nell’imparare a vedere quelle reali.

E tu, lettore che ci segui, ti è mai capitato di mettere qualcuno su un piedistallo e di non riuscire più a vederne i limiti, oppure di trasformare una delusione in un giudizio senza appello? 

Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. 



di Natalia Sessa

5 commenti


Laura
21 ore fa

È bello scoprire quando alcune persone che demonizziamo, solo perché a pelle non c'è chimica, si manifestano nel tempo empatiche e veri amici...un po' meno quando invece pensiamo di avere al nostro fianco persone perfette che manifestano grande bassezza. Tutto dipende fin quanto riusciamo a demonizzare o a idealizzare...per fortuna che con la maggior parte delle persone che conosco tendo a valutare il reale...quindi stare sulla riga. Grazie sempre a Gabriella Tupini!

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Ospite
un giorno fa

No mai,io non sono perfetta, gli altri non sono perfetti, tantomeno i miei figli,siamo umani, con i nostri pregi e difetti, bisogna riconoscere i nostri limiti e quelli degli altri e valutare il tutto, perché, basta una parola, un gesto successivi al nostro giudizio e tutto si ribalta

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Ospite
un giorno fa

A mio avviso nessuno stà sul piedistallo ed è plausibile che le persone(tutte, compresa me stessa) non sbaglino, ma le continue delusioni emotive dovute a irresponsabilità o scorrettezze, quando si accumulano, non sono proprio facili da accettare. Ci fanno però crescere quando riusciamo a parlarne con chi ci dà fiducia.

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Marianna
un giorno fa

Non ho messo mai nessuno su di un piedistallo,tranne i miei figli.

Cerco di capire di che pasta sono fatte le persone già da subito. I fatti poi mi danno ragione

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Emanuela Giustra
un giorno fa

Sul piedistallo della mia vita c era mio marito, lo consideravo come la persona più bella di questo mondo, lo plaudivo, era l' immensità...ma è stato una grande delusione, e adesso lo giudico in un giudizio senza appello

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