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Galimberti: "Un solo complimento può cambiare un bambino e costruire un’identità positiva, perché è dall’altro che impariamo chi siamo davvero"

Aggiornamento: 4 mag

La riscoperta del riconoscimento che abbiamo di noi stessi attraverso l’altro è l’unico processo capace di salvarci, capace di renderci veri uomini e donne con sentimenti sani...

Appartenere a qualcuno significa anche riconoscersi, identificarsi. È un concetto profondo e antico che Umberto Galimberti, in un suo intervento, ha ripreso per farci comprendere al meglio non solo i giovani ma anche come funzionano le relazioni umane e di come ogni individuo, nel corso della vita, abbia necessariamente bisogno dell’altro e di legami che lo facciano sentire vivo, presente, testimone dell’esistenza.

Associando quindi il termine appartenenza agli adolescenti Galimberti afferma: “avere un branco è tipico dell'adolescenza, perché non hai ancora un'identità, te la stai facendo, allora ti appoggi un po' agli altri per appartenere". Nella fase adolescenziale quando ancora è tutto imprevedibile, quando i giovani faticano un po' a farsi capire e ad essere capiti si appoggiano necessariamente ai propri coetanei, infatti, continua l’esperto: “l'appartenenza è una componente della propria esistenza”. Per cui l’appartenenza parte da piccoli ma è un “sentimento” che poi ci accompagna nel corso degli anni. “Inizi a strutturare la tua identità, appoggiandoti un po' a quella degli altri che ti sostengono. L'identità - infatti - ce l'hai come effetto del riconoscimento sociale. Se un bambino riceve dai suoi genitori dei complimenti, ha la possibilità di crescere con un’identità positiva”. 

Facendo quindi un piccolo passo indietro, lasciando da parte il mondo degli adolescenti, possiamo capire quanto siano di fondamentale importanza le parole che rivolgono i genitori ai propri figli. Se i genitori riconoscono nel proprio bambino delle capacità e iniziano a nutrirlo di parole riconoscenti di queste potenzialità, di parole sane, costruttive allora inizierà a forgiare la propria identità. Un' “identità positiva”, costruita da valori, principi rivolti prima di tutto a se stesso: stima, fiducia delle proprio capacità, rispetto.

Punti cardini che gli saranno di grande aiuto quando poi si ritroverà a doversi riconoscere nel “branco”, tra i suoi simili, quando dovrà scindere cosa è giusto da cosa è sbagliato. “L’identità è un dono sociale”, come abbiamo già ribadito, sono gli altri a definirci davvero a farci sentire presenti. Galimberti questo processo lo definisce un “dono”, ma se gli altri ci definiscono, cosa possiamo fare per loro? Essere noi stessi, nella parte più vera, profonda e autentica. Questo include pregi e soprattutto difetti. Galimberti, in questo suo intervento invita tutti: bambini, ragazzi e adulti a capire che “io non sono uno per sempre” e invita in particolar modo i genitori a riflettere sul loro lavoro e sul potere e sull’effetto delle parole che possono dire.

Conclude l’esperto: “Platone diceva che se uno con la parte migliore del suo occhio, che è una pupilla, guarda la parta migliore dell'occhio dell'altro, vede se stesso”. In un' epoca nella quale sta avvenendo questo decadimento di valori, di civiltà, di umanità la riscoperta del riconoscimento che abbiamo di noi stessi attraverso l’altro è l’unico processo capace di salvarci, capace di renderci veri uomini e donne con sentimenti sani. Questo movimento inizia quindi tra le mura di casa, per poi mutare, cambiare e evolversi nella società : “Come puoi esistere se non esiste qualcun altro che ti conferma che esisti?”.

E tu, lettore che ci segui, ti sei mai sentito davvero riconosciuto dagli altri? Quanto hanno contato, nella tua vita, le parole di chi ti è stato vicino?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Confrontarsi può aiutare a capire meglio chi siamo davvero.



di NATALIA SESSA

17 commenti


Ospite
10 mag

Ho letto tutti i commenti, "mal comune mezzo gaudio", mi ha fatto sentire meno sola conoscere le vite degli altri. Non vi conosco ma mi sento vicina a voi, vi voglio bene e auguro a tutti noi il meglio, la stima e il rispetto che abbiamo sempre meritato.

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Ospite
10 mag

Io sono stata molto sottovalutata da mia madre, se facevo un disegno diceva che era brutto. Mi diceva di non cantare perché sosteneva avessi una voce sgradevole. Da adolescente(senza che avessi problemi di sovrappeso), mi ripetava quotidianamente che ero troppo grassa e che puzzavo. Portavo camicie lunghe che mi nascondevano. Ho avuto problemi alimentari per un po' e anche al peso di 43 chili i commenti sui fianchi larghi erano continui. A 22 anni sono andata via di casa e ho ricominciato a vivere davvero, a sentirmi bene ed accolta. Per un po' di tempo non mi sono fatta viva con la mia famiglia d'origine. Forse ho fatto preoccupare ma è stato necessario per non morire. Adesso che ho quas…

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Anny
06 mag

Sopra ho fatto alcuni errori rileggendomi, volevo rettificare, che le figlie , nel contesto, continuano a salutarmi, e svalutano tutto ciò che dico loro, ogni raccomandazione, ogni preoccupazione normale ogni consiglio, non ascoltano nulla , prima devono sempre consultare altri poi vedendo che quasi sempre non ho torto , non lo ammettono nemmeno. Per loro sono un peso soltanto così fanno capire se ho un piccolo male anche solo un influenza minimizzano tutto quando ho febbre, molto raramente, a 38 e sto male fisicamente sentendomi stanca dicono che sono esagerata e che devo imbottirmi di medicine ed andare a lavoro 😓

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Anny
06 mag

iio da piccola in casa essendo la seconda di 2 figlie, e quella timida, ero considerata quasi una sottosviluppata mentale, ma non me ne rendevo conto perché a scuola spesso venivo lodata dagli insegnanti , ci tenevo a fare tutto nel miglior modo che mi riusciva . Fin dalle elementari , in condotta avevo 10 , un angioletto, ma la mamma ai colloqui diceva che a casa invece mi scatenavo ed ero vivace fin troppo, è che il mio rispetto per l istituzione dove mi trovavo e per la maestra,era grande , a casa mi sentivo più libera . Nelle altre materie diligente, solo nella matematica qualche lacuna perché mi aveva creato un complesso una mia zia che viveva …

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Anonimo
05 mag

Quando ero piccola mio padre mi riempiva di complimenti e il brutto che era intorno a me( amici antipatici,che facevano i dispetti) non lo vedevo,non mi toccava,mi sentivo protetta dal fatto che lui esistesse. Poi è morto troppo presto e io ho perso il punto di riferimento,ma quei complimenti erano ben piantati e sono riuscita a fare tutto quello che desideravo.Ogni volta che ero in crisi andavo a cercare le sue parole. Oggi vorrei riuscire a fare lo stesso con i miei figli,ma non so come si fa. Lui aveva il dono di arrivare al cuore delle persone.

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