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Rapporto ONU su Gaza, il CNDDU: “La morte dei bambini interroga la coscienza della comunità internazionale”

Il Coordinamento nazionale docenti per i Diritti Umani esprime preoccupazione per le conclusioni della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e invita a...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per il contenuto del rapporto della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati e Israele, recentemente presentato al Consiglio per i Diritti Umani.

Nel documento, frutto di un'articolata attività investigativa, vengono formulate accuse di eccezionale gravità nei confronti delle autorità e delle forze di sicurezza israeliane, prospettando la possibile configurazione di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e del crimine di genocidio ai danni della popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Il Governo israeliano ha respinto integralmente tali conclusioni, definendole prive di fondamento fattuale, metodologico e giuridico. Il CNDDU, nel pieno rispetto del ruolo degli organismi giudiziari internazionali cui compete l'accertamento definitivo delle responsabilità, ritiene tuttavia che il rapporto ponga interrogativi che travalicano la dimensione giudiziaria e investono direttamente la coscienza etica, pedagogica e democratica della comunità internazionale.


La Commissione documenta che, dal 7 ottobre 2023, almeno 20.179 bambini palestinesi sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti. A questi numeri si aggiungono migliaia di minori segnati da amputazioni permanenti, lesioni spinali, ustioni estese, traumi cranici, disturbi psicologici, malnutrizione grave e privazione delle cure essenziali. Il rapporto descrive altresì la distruzione sistematica di scuole, ospedali pediatrici, infrastrutture sanitarie e servizi di protezione dell'infanzia, nonché il ricorso all'assedio e alla privazione di beni essenziali, con conseguenze devastanti sulla salute fisica e mentale dei bambini.

Particolarmente significativa appare la riflessione sviluppata dalla Commissione, secondo cui i bambini non rappresentano soltanto una componente vulnerabile della popolazione civile, ma costituiscono la continuità biologica, sociale e culturale di un popolo. Colpire l'infanzia significa incidere sulla possibilità stessa di trasmettere memoria, identità, conoscenza e speranza, compromettendo la capacità di una comunità di rigenerarsi nel tempo.


Questa prospettiva richiama una responsabilità che riguarda tutti gli ordinamenti democratici. La guerra contemporanea non produce esclusivamente distruzione materiale: modifica i processi educativi, altera le relazioni sociali, dissolve i luoghi della cura e dell'apprendimento, interrompe la costruzione dell'identità personale e collettiva. Quando la scuola viene distrutta, quando gli ospedali cessano di essere spazi inviolabili, quando la fame diventa condizione quotidiana e il trauma sostituisce la fiducia, il danno supera la contingenza del conflitto e si proietta sulle generazioni future.

Ogni società affida ai propri bambini la continuità della propria storia. Per questo motivo l'infanzia non rappresenta soltanto un bene da proteggere, ma il principale indicatore della qualità morale e democratica di una comunità. Là dove i diritti dei minori vengono sistematicamente compromessi, si indebolisce l'intero edificio della convivenza civile.


Il rapporto dell'ONU descrive inoltre un processo di progressiva disumanizzazione nel quale la distinzione tra civili e combattenti tende ad affievolirsi e gli spazi della vita quotidiana – abitazioni, scuole, ospedali, campi profughi – cessano di essere riconosciuti come luoghi sottratti alla violenza. È proprio questa normalizzazione della sofferenza a rappresentare uno dei rischi più profondi per la cultura democratica contemporanea. Una società che si abitua alla morte dei bambini perde progressivamente la capacità di riconoscere il limite etico oltre il quale la forza prevale sul diritto.


L'educazione ai diritti umani nasce per contrastare tale deriva culturale. Essa non consiste nella semplice trasmissione di norme giuridiche, ma nella formazione di cittadini capaci di riconoscere la dignità della persona come valore indisponibile, indipendentemente dalla sua appartenenza nazionale, religiosa, etnica o politica. Quando il riconoscimento della sofferenza diventa selettivo, anche l'universalità dei diritti rischia di dissolversi, lasciando spazio a una pericolosa gerarchia delle vite umane.


Per il CNDDU la scuola rappresenta oggi uno dei pochi luoghi nei quali è ancora possibile educare alla complessità, al pensiero critico e alla responsabilità morale. Formare le nuove generazioni significa aiutarle a comprendere che la sicurezza degli Stati, pur costituendo un diritto legittimo, non può mai tradursi nella negazione dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario né nella compressione dei diritti inviolabili dell'infanzia.

La credibilità della comunità internazionale dipende dalla capacità di applicare il diritto con coerenza e imparzialità, senza doppi standard né eccezioni determinate dagli equilibri geopolitici.


Ogni violazione dei diritti umani deve essere accertata e perseguita secondo le garanzie previste dal diritto internazionale, affinché la giustizia continui a rappresentare un principio universale e non una categoria condizionata dalla forza.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rinnova il proprio appello affinché siano garantiti la protezione effettiva dei civili, il rispetto del diritto internazionale umanitario, il pieno accesso agli aiuti umanitari, la tutela dell'infanzia e il sostegno a ogni iniziativa diplomatica orientata alla cessazione delle ostilità e alla costruzione di una pace giusta, fondata sul riconoscimento reciproco della dignità umana.


Le più profonde crisi della storia non cominciano quando vengono distrutte le città, ma quando si incrina la capacità delle persone di riconoscersi reciprocamente come appartenenti alla medesima comunità umana. Ogni processo di disumanizzazione inizia con il progressivo affievolirsi dell'empatia e con l'idea che alcune vite possano essere considerate meno degne di protezione di altre. Se i bambini diventano oggetto della logica della guerra, viene compromesso il principio sul quale si fonda ogni progetto educativo: la fiducia nel futuro. Educare ai diritti umani significa allora custodire questa fiducia, sviluppando nelle giovani generazioni il senso della responsabilità verso ogni essere umano e la consapevolezza che la pace non è semplicemente assenza di conflitto, ma costruzione quotidiana di giustizia, dialogo e riconoscimento reciproco. È questa la più alta missione della scuola e il fondamento irrinunciabile di una democrazia autenticamente orientata alla dignità della persona".

di La Redazione




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