Galimberti: "Non viviamo più nella realtà, ma nel racconto della realtà". La verità su media, social e il mondo che non vediamo più
- La Redazione

- 2 ore fa
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Quando il racconto prende il posto dei fatti, smettiamo di capire dove finisce il mondo e dove comincia la sua narrazione...

Con il passare del tempo l’uomo sembra abbia privilegiato solo i rapporti di forza, così sacrificando non solo la sua libertà ma anche e soprattutto la verità. Ecco allora che ci si è serviti più della potenza persuasiva della parola che di quella conoscitiva e così la persuasione è stata venduta come verità.
“A differenza dei tempi trascorsi, oggi l’abbondanza delle informazioni, che è il tratto tipico del nostro tempo, ci rende responsabili di ciò che sappiamo e se, per quieto vivere, per noia, per distrazione, per disinteresse, per stanchezza o per assuefazione, non siamo sensibili al problema della verità, di fronte a quel che sappiamo diventiamo irrimediabilmente indifferenti, quando non addirittura immorali. Oggi, infatti, dobbiamo chiederci che ne è della verità nella nostra epoca caratterizzata dall’incontenibile diffusione dei media, ai quali da ultimo si sono aggiunti i social con le loro vere e false notizie e prese di posizioni, per lo più acritiche, quando non puri sfoghi pulsionali o emotivi”, questo quanto dichiarato espressamente dal filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti così da evidenziare come i mezzi di comunicazione non siano più un mezzo nelle mani dell’uomo ma un “mondo in procinto di sostituire il mondo”.
Ecco allora che il mondo stesso si risolve nella sua narrazione: “se infatti la realtà del mondo non è più discernibile dal racconto del mondo, il consenso non avviene più sulle cose, ma sulla descrizione delle cose, che ha preso il posto della loro realtà”.
Dunque, social e media, attraverso una trasfigurazione della realtà, plasmano il nostro modo di vedere il mondo, qualsiasi sia lo scopo per cui li impieghiamo.
Occorre, pertanto, assumere uno spirito critico nei confronti di tutte le informazioni provenienti da social e media e soprattutto nei confronti di quelle idee che si sono radicate nella nostra mente senza mai esser messe in discussione.
“‘Critica’ è una parola che rimanda al verbo greco kríno, che vuol dire ‘giudico’, ‘valuto’, ‘interpreto’. Ogni giudizio, ogni valutazione comportano una ‘crisi’ delle idee che fino a quel momento ci avevano garantito identità e appartenenza a cui non siamo disposti a rinunciare. Ma se non sottoponiamo le nostre idee all’esercizio della critica, invece delle idee che pensiamo, finiamo con l’affidarci alle idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio”, in tal modo il filosofo coglie l’occasione per esprimere il suo pensiero a gran voce, ribandendo come le idee che non abbiamo mai sottoposto a critica siano comode perché facilitano il giudizio e ci rassicurano ma sono proprio queste ultime che non ci consentono di comprende il mondo in cui viviamo.
Ecco perché disporre di idee elementari a cui restiamo arroccati per non smarrirci ci trasforma in spettatori distratti o disinteressati, allontanandoci dalla verità ed estraniandoci dal mondo stesso.
“Il compito da assegnare a se stessi è quello di liberare la verità, che dimora in ciascuno di noi, da tutte le incrostazioni che si sono accumulate per effetto delle nostre opinioni infondate, dei nostri pregiudizi, delle nostre suggestioni, delle nostre passioni che rendono la verità che ci abita irriconoscibile”, con tali parole Umberto Galimberti culmina la sua disamina.
Pertanto non bisogna mai dimenticare che “in un tempo in cui tutto è rappresentazione, dire il vero è un atto sovversivo. La verità non si insegna, ma la si scopre. La verità dimora in ogni uomo, rinunciare alla ricerca della verità significa rinunciare ad essere uomini”.
di VALENTINA TROPEA






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