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Galiano: "Il più grande errore è dimenticarsi chi siamo”, la lezione sul giardino interiore che smaschera l’ossessione di piacere agli altri

Enrico Galiano racconta il momento in cui ha smesso di cercare approvazione e ha ritrovato se stesso. Una riflessione potente su identità, valore personale e amore autentico.

Capire chi siamo veramente, imparando a conoscere noi stessi fin nel profondo, non ricercando consenso o approvazione, non preoccupandoci del giudizio altrui, rappresenta il presupposto imprescindibile per amarci davvero, avendo piena consapevolezza del nostro valore e delle nostre qualità, così da non perderci ma da ritrovarci.


L’errore più grande che possiamo fare nella nostra vita è quello di dimenticarci chi siamo veramente.

In tale prospettiva lo scrittore ed insegnante italiano Enrico Galiano coglie l’occasione per raccontarci un po' di sé, evidenziando come sia stata dura agli inizi quando scriveva i suoi romanzi ma nessuna casa editrice sembrava esser disposta a pubblicarli.

“A me, la vita, l’hanno cambiata prima una poesia e poi un sogno. Quella poesia non l’ho trovata in un libro, magari mentre ero assorto in profonde riflessioni filosofiche, ma l’ho ascoltata in macchina, andando a scuola, alla radio, letta da Fabio Volo. Ricordo anche esattamente il momento in cui l’ascoltai: stavo per scendere dalla macchina per entrare in classe, quando la voce di Fabio Volo lesse queste parole di un poeta che non conoscevo e che si chiama Mário Quintana: ‘Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te. Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te’”, queste le significative parole utilizzate dallo scrittore per poter iniziare la sua profonda riflessione, evidenziando quanto sia importante per ciascuno di noi prendersi cura del proprio giardino, valorizzando il proprio tempo e la propria intima essenza.

“Qual è il mio giardino? Qual è quel posto che è il mio posto, il mio piccolo fazzoletto di terra da curare, quello in cui io sono io? La risposta era facile, perché ce l’avevo a pochi metri da me. La scuola, i miei ragazzi, le mie ragazze. Era quello il mio giardino, e raccontarlo era tutto ciò che dovevo fare: raccontare la polvere di gesso che ti resta sulle mani, gli occhi spauriti della ragazzina del primo banco, l’istante di gelo di quando il prof fa una battuta e tutti lo guardano seri, la risata trattenuta di quando l’insegnante spiega e il compagno ti fa ridere, le merendine mangiate di nascosto sotto il banco, momenti piccoli, niente di che, ma era quello il mio giardino.


Giorno dopo giorno, mi misi a descrivere che cosa succedeva in classe, quando accadeva qualcosa di bello, di importante o che mi colpiva in qualche modo. Iniziai a curare il mio giardino pubblicando dei semplici post, qua e là: all’inizio venivano in due, magari in tre, a leggere quello che scrivevo, quasi sempre colleghi o amici; dopo un paio di settimane, erano quattro o cinque; poi qualcuno iniziava a condividere la mia roba e allora venivano a leggermi anche persone che non conoscevo, e via via sempre di più, sempre di più. Il mio bel retino se ne stava chiuso nel ripostiglio e il mio giardino si popolava di farfalle”, ecco allora il momento esatto in cui Enrico Galiano ha iniziato a guardarsi dentro, imparando a conoscere se stesso, riscoprendo il suo vero valore e percorrendo quella strada capace di farlo rifiorire.


Con il passare del tempo l’insegnante cominciò anche a girare video su ciò che succedeva a scuola, così riuscendo a risvegliare l’interesse di quei ragazzi un po’ svogliati che all’ultimo banco sembravano neppure ascoltare le lezioni dei loro professori: i video cominciarono così ad essere condivisi da insegnanti, studenti, genitori e dirigenti scolastici. Un bel giorno, inoltre, l’editor di una delle più importanti case editrici italiane chiese proprio a lui se avesse avuto voglia di scrivere un romanzo per loro.


Dunque, Enrico Galiano capì subito una cosa: negli anni scorsi aveva perso del tempo a ricercare consenso ed approvazione dagli altri e nel frattempo il suo giardino era rimasto incustodito così da far crescere l’erba alta e da far appassire i fiori profumati.

“Perché è questo che facevo, questo che facciamo, molto spesso: pur di dare al mondo quello che il mondo sembra chiedere, ci dimentichiamo di noi. Lavoriamo, sudiamo, pedaliamo per inseguire un qualche ideale, per metà quello che vorremmo essere e per metà quello che il mondo vorrebbe che fossimo, scordandoci alla fine delle cose che sono davvero importanti per noi. Non me ne rendevo conto, ma ero rimasto così a lungo lontano dal mio giardino che stavo per dimenticare la strada del ritorno”, in tal modo l’insegnante conclude la sua ragguardevole disamina.


Spesso, dunque, indossiamo una maschera e pur di essere accettati, accettiamo di non essere noi stessi. Questo succede anche nei rapporti interpersonali: continuiamo ad amare intensamente chi non ci ama veramente e non merita il nostro tempo e le nostre attenzioni, dimenticandoci chi siamo veramente. Eppure “sei amato quando qualcuno, qualsiasi cosa succeda, resta con te”, perché chi ama davvero rimane sempre al tuo fianco, anche quando tutto appare estremamente difficile e la vita sembra metterti continuamente a dura prova.



di VALENTINA TROPEA

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