Crepet: "Che fine ha fatto la nostra libertà? Il fallimento è dignità, la dignità di chi ci ha provato, di chi ci ha creduto, di chi taglierà il traguardo"
- La Redazione

- 2 ore fa
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Paolo Crepet riflette su una libertà sempre più fragile e sul valore educativo del fallimento, tra omologazione, paura di sbagliare e rifiuto dell’errore...

Viviamo un tempo che si proclama libero, ma che tollera sempre meno il pensiero critico. È da questa contraddizione che parte la riflessione di Paolo Crepet, quando afferma: “Viviamo una contraddizione lacerante: celebriamo la libertà come diritto assoluto, ma intanto accettiamo un’omologazione che spegne il pensiero critico”. Una considerazione che apre una domanda sempre più urgente: che fine ha fatto la nostra libertà?
Ci crediamo liberi, indipendenti ed autonomi vivendo in una mera illusione, basta guardarci intorno per capire che in realtà ci siamo solo adattati ad una vita comoda, che ci sembra libera solo perché abbiamo messo da parte le difficoltà, i sacrifici e ciò che conta davvero. Infatti, afferma l’esperto: “Il linguaggio si addomestica, e addomesticare le parole significa addomesticare il pensiero che le genera, portando a una normalizzazione che è pura regola del marketing ideologico. Ci siamo imposti dei codici di comportamento pensando che siano nuove forme di libertà, ma in realtà stiamo solo costruendo gabbie invisibili che uccidono la creatività e l’originalità”.
Pur di vivere una vita senza sorprese accettiamo di stare nell’ombra, senza mai esporci troppo. Ma sappiamo bene, però, che la quiete (apparente) non ha nulla a che fare con la felicità. Abbiamo nascosto i nostri tratti autentici, il nostro pensiero critico perché un giudizio negativo di troppo può farci vacillare e davanti a questa instabilità ci spaventa l’essere fragili.
Non siamo più capaci di gestire le emozioni, nemmeno quelle positive; ci sentiamo sicuri solo se pilotati. È in questo senso che Crepet avverte:
“Se chiediamo all’intelligenza artificiale persino come gestire le nostre emozioni o come relazionarci con gli altri, smettiamo di usare il cervello che, se non viene esercitato, diventa de-mente”. Queste gravi criticità non riguardano tanto coloro che hanno già dato qualcosa a questo mondo, coloro che si sono costruiti da soli una vita, una famiglia, una carriera e che ora possono anche permettersi di “stare comodi”, ma riguardano soprattutto i giovani che preferiscono “una gabbia comoda, arredata con ogni comfort, ma priva di libertà”.
Questo perché è stato trasmesso loro che l’errore è fallimento, e il fallimento non ha altre possibilità, quindi, spaventati, terrorizzati ed intimoriti non si mettono in gioco neanche per qualcosa che li attrae davvero, infatti dichiara l’esperto: “Abbiamo tolto ai giovani il diritto all’errore. Siamo ossessionati dalla ricerca della perfezione e della felicità, creando una zona dove non si sbaglia mai, ma dove non si cresce nemmeno. Dobbiamo restituire dignità al fallimento”. Proprio così, il fallimento è dignità. La dignità di chi ci ha provato, di chi ci ha creduto e soprattutto di chi, a forza di riprovarci, prima o poi taglierà il traguardo.
I giovani, secondo l’esperto, hanno bisogno di risvegliare le loro menti: “affinché recuperino la capacità di dubitare e immaginare senza paura” e conclude: “Dobbiamo continuare a indignarci perché non c’è cambiamento senza dissenso, ma farlo con gentilezza. La salvezza dell’umanità risiede nella libertà. Pensare in modo autonomo e autentico è l’unico gesto veramente rivoluzionario che ci resta”.
Per te, lettore che ci segui, che fine ha fatto la tua libertà?
Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza di un fallimento, che ti ha portato a crescere e maturare. Condividere il proprio punto di vista può aprire una riflessione e aiutare anche altri lettori a interrogarsi.
di NATALIA SESSA



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