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Lucangeli: “I ragazzi chiedono risposte sincere perché sono al buio e non sanno dove trovare la luce. Il ruolo degli adulti è di essere acqua per la loro sete: li accompagnino senza vietare i social"

Non dimentichiamo che sono le esperienze che i ragazzi vivono ed alle quali vengono sottoposti che determinano la loro memoria. “È la memoria che definirà il loro comportamento futuro, dalla capacità di relazione sociale a quella di apprendimento”

Il disagio giovanile appare oggi più che mai emergenza impellente alla quale gli adulti di riferimento devono far fronte così che i giovani, futura classe dirigente, possano crescere serenamente e responsabilmente, prendendo in mano il loro futuro e facendone un capolavoro.

Ma di cosa hanno bisogno veramente i giovanissimi in una società come la nostra per stare bene? Per poter rispondere a tale domanda occorre prendere in considerazione il pensiero di Daniela Lucangeli, stimata scienziata e docente di Psicologia dello sviluppo all'Università di Padova, che in merito ha così dichiarato espressamente:

“I ragazzi vogliono la verità. Chiedono risposte sincere perché sono al buio e non sanno dove trovare la luce. Ne hanno bisogno per crescere e per capire. Il ruolo degli adulti è di essere acqua per la loro sete. Solo attraverso la verità, la scienza potrà soddisfare un bisogno. Serve una comunicazione feconda, a livello del sistema limbico, quella struttura complessa che regola memoria, emozioni e processo cognitivo. È il forziere nel quale questi tesori vengono custoditi e funziona da ponte tra le funzioni primitive e la corteccia razionale. Ma là dentro senza verità non ci si entra. E la verità è qualcosa di molto prezioso e difficile da trovare perché è semplice come la scienza e complicata come un’emozione, anzi è la scienza filtrata dalle emozioni”.

Ecco allora l’importanza delle emozioni che, “così come le cicatrici sulla pelle, vengono custodite per tenere il conto dell’esperienza che le ha provocate; le emozioni, infatti, costituiscono la memoria di ciascuno e per questo le emozioni determinano il futuro”.

Dunque, nel momento in cui proviamo delle emozioni negative, come ad esempio la paura, il nostro cervello reagirà producendo ansia ogni volta che si ritrova a dover affrontare situazioni che riportano alla mente quel ricordo emotivo. Lo stesso meccanismo si verifica nell’apprendimento: se un insegnante mortifica o urla contro lo studente quando quest’ultimo compie un errore, allora il bambino percepirà l’errore stesso come fonte di dolore, svilupperà un sentimento di paura e di conseguenza l’istinto di fuga.

Eppure, così come ci spiega la docente di Psicologia dello sviluppo all'Università di Padova, la divergenza può essere considerata una valida alternativa creativa alla convergenza.

Solo quando abbiamo dei dubbi, delle perplessità, quando tutto non converge consentendo una ripetizione pedissequa, allora saremo stimolati a trovare una soluzione e ciò ci aiuterà a crescere. In merito all’utilizzo dei social e dello smartphone da parte dei giovanissimi la stimata scienziata ci spiega come la soluzione non sia vietare o proibire qualcosa ma piuttosto gli adulti di riferimento dovranno accompagnare i ragazzi lungo il cammino, tenendo ben a mente che le fasi più importanti dell’apprendimento sono due: i primi mille giorni, nei quali si forma la matrice del sistema limbico, e i secondi mille, che coincidono con l’età della preadolescenza. Pertanto questi momenti formativi di accumulo di esperienze cognitive e emozioni saranno importantissimi per determinare l’attitudine comportamentale dei ragazzi.

Non dimentichiamo, infatti, che sono le esperienze che i giovanissimi vivono ed alle quali vengono sottoposti che determinano la loro memoria. “È la memoria che definirà il loro comportamento futuro, dalla capacità di relazione sociale a quella di apprendimento”.

“La tecnologia in sé è uno strumento potente e validissimo, un sostegno per la ricerca, lo studio, il lavoro e anche per il processo di apprendimento. Il problema sono i contenuti e il modo nel quale vengono somministrati”, precisa nuovamente con grande forza e determinazione Daniela Lucangeli.

Gli adulti, pertanto, dovranno guidare i ragazzi, insegnando loro ad utilizzare un’arma così potente, che può creare danni devastanti: i contenuti nei device sono invisibili ma pericolosissimi.

“Mi piace immaginare i social come un acquedotto nel quale il gestore immetta acqua pulita, non liquido avvelenato. Abbiamo come comunità di adulti il dovere di selezionare i contenuti che vengono veicolati dalla rete, perché la scelta di quello che eroghiamo grava totalmente in capo ai decisori che detengono la responsabilità di educare e quindi hanno la facoltà di regolamentare. Non è colpa della tecnologia, è compito degli adulti. Mostrare violenza, significa nutrire di memorie emotive violente il cervello di un bambino. Allenare all’empatia significa insegnare un set di comportamenti che nella vita adulta consentiranno scelte empatiche”, in tal modo Daniela Lucangeli conclude la sua ragguardevole disamina.



di VALENTINA TROPEA

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