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Crepet: “Per non perdersi basta non temere di guardarsi, non detestare i propri errori, amandoli perché sono pietre su cui inciampa il cammino per arrivare dritti verso la passione"

Aggiornamento: 28 feb

La passione è potente e rivoluzionaria e non può essere anestetizzata; nasce dalla curiosità e spinge a guardarsi dentro, preservando la propria intimità e non banalizzando la propria esistenza…

Viviamo in un tempo in cui tutto viene mostrato, raccontato, condiviso. Anche ciò che un tempo restava custodito dentro di noi. L’intimità, le fragilità, perfino il bisogno d’affetto finiscono spesso sui social, esposti allo sguardo degli altri in cerca di approvazione. È un cambiamento profondo che riguarda soprattutto i più giovani, ma che coinvolge ormai intere generazioni.

“Accade così che, per solitudine o per carenza di affetto, molti giovani e non solo sono indotti a «pubblicarsi» – già l’uso di questo verbo fa venire i brividi – perché soltanto così riescono a sentirsi socialmente apprezzati. Una violenza terribile. Temo che queste persone si stiano condannando a sentirsi perdute se non si sentono «pubbliche», ho paura che abbiano barattato la propria intimità per uno straccio d’identità che esiste solo se viene riconosciuta da altri. L’autostima di milioni di persone dipende dal numero di followers che possono vantare”, in tal modo lo psichiatra evidenzia come la dipendenza dal giudizio altrui comporti non solo un consistente abbassamento dell’autostima ma anche crescita di insicurezza e mancanza di autonomia.

“Instagram, come molti altri social network nati in questi anni, sta diventando una nuova forma d’identità: siamo il cappuccino che beviamo e fotografiamo, il paesino in cui ci immortaliamo, la scarpa appena acquistata e già entrata nella photo-library pronta per essere condivisa con migliaia di followers in attesa di sapere cosa mangiamo, con chi siamo, cosa compriamo”, queste le parole utilizzate da Paolo Crepet per ribadire quanto oggi l’identità sia sempre più collettivizzata e meno personale, più virtuale e meno reale, digitale e invisibile, inodore e insapore.

Tutto viene mostrato, esibito, svelato ed allora sorge spontanea una domanda: cosa ne sarà del nostro io e delle nostre emozioni?

Ecco allora l’importanza di coltivare le proprie passioni, ambizioni, riscoprendo la propria autenticità ed unicità senza dover ricercare consenso ed approvazione perché solo ciò che non può essere mostrato contribuisce a formare la nostra identità più profonda.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che “la passione non deve essere posseduta, per la semplice ragione che è dentro di noi ed è già nostra, se l’abbiamo riconosciuta e coltivata. La passione assomiglia a un’orchidea: è delicata, ha bisogno di giusta luce, giusta umidità, terreno ben drenato, perfetto miscuglio tra ossigeno, torba e cortecce, come prediligeva il mitico Nero Wolfe. I fiori più belli richiedono una presenza discreta, mai accanita, soverchiante: l’orchidea va amata, non soffocata di troppe attenzioni e attese. Esattamente come nell’amore”.


D’altronde la passione è potente e rivoluzionaria e non può essere anestetizzata; nasce dalla curiosità e spinge a guardarsi dentro, preservando la propria intimità e non banalizzando la propria esistenza.

“Per non perdersi basta non temere di guardarsi, non detestare i propri errori, amandoli perché sono pietre su cui inciampa il cammino per arrivare fin qui, nei della tua bellezza”, questo quanto dichiarato espressamente da Paolo Crepet per concludere la sua significativa disamina.



di VALENTINA TROPEA

1 commento


Ardenti Roberto
27 feb

Non c'è una ricetta per tutti ,ognuno ha la propria identità la propria sensibilità, cercare di dare consigli su come affrontare dolori e amori è sbagliato e inutile, l'unico vero aiuto che può dare qualche speranza e forza per lottare è avere accanto qualcuno che ti vuole veramente bene e credetemi oggi è veramente cosa rara!

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