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Galimberti: "Siamo davvero liberi? Quando un'idea entra nella storia cambia il mondo"

Da una provocazione sulla libertà a una riflessione sull'educazione, sulla Tecnica e sul limite: il filosofo spiega perché l'uomo è l'unico essere vivente chiamato a costruire se stesso...

Siamo davvero liberi? Viviamo come se la risposta fosse scontata. Ogni giorno scegliamo cosa studiare, quale lavoro intraprendere, come vestirci, quali idee sostenere e chi amare. L'intera cultura occidentale si fonda sull'idea dell'individuo come artefice del proprio destino. Eppure, osserva Umberto Galimberti, questa certezza potrebbe essere soltanto un'impressione. Che cosa rende davvero l'essere umano diverso da ogni altro vivente? È da questa domanda che prende avvio la sua riflessione.

“L'uomo è l'unico animale indeterminato perché non è codificato dagli istinti. Una gazzella appena venuta al mondo sa già come fuggire da un predatore. Un uccello costruisce il proprio nido senza che nessuno glielo insegni. Gli animali dispongono di un patrimonio istintuale che orienta rigidamente il loro comportamento.” L'uomo no. Nasce privo di un codice che gli dica come vivere.

È biologicamente incompleto. Quella che a prima vista potrebbe sembrare una debolezza è, in realtà, la nostra più grande possibilità. Proprio perché la natura non ci ha consegnato un destino già scritto, siamo costretti a costruirlo. La libertà nasce qui. Non come privilegio. Non come diritto. Ma come fatica.

Essere uomini significa essere incompiuti. Infatti, l’uomo “ha bisogno di educazione, una volta fino a 15 anni adesso fino a 30 e poi magari oltre perché non ha codici, li va acquisendo gradatamente in quanto non ha istinti, questo è il problema dell'uomo. Con la parola istinto intendo una risposta rigida a uno stimolo”. Per questo abbiamo bisogno dell'educazione: della famiglia, della scuola, del linguaggio e della cultura. L'educazione non serve a limitare la libertà. Serve a renderla possibile. È attraverso l'incontro con gli altri che impariamo lentamente a orientarci nel mondo e a dare forma a quella indeterminatezza con cui veniamo alla luce.

Per questo gli uomini hanno inventato i miti, poi i riti, infine le leggi, le istituzioni, la politica. Contrariamente a quanto spesso immaginiamo, le regole non nascono contro la libertà. Nascono perché siamo liberi. Se fossimo guidati da istinti perfetti come le api o le formiche, non avremmo bisogno di scuole, Costituzioni, tribunali o codici morali. Le istituzioni rappresentano quella "seconda natura" che l'uomo ha dovuto costruire per poter convivere con altri esseri altrettanto imprevedibili. Oggi, però, questa conquista si trova davanti a un pericolo diverso da tutti quelli conosciuti in passato. Galimberti lo chiama Tecnica. Non si riferisce soltanto agli smartphone, ai social network o all'intelligenza artificiale. La Tecnica è diventata l'ambiente nel quale viviamo.

È una logica che tende a trasformare tutto in efficienza, velocità, prestazione. In questo mondo il rischio non è che qualcuno ci proibisca di scegliere. Il rischio è molto più sottile. È che smettiamo lentamente di esercitare la nostra capacità di scegliere. Quando gli algoritmi suggeriscono cosa leggere, cosa comprare, chi seguire, persino cosa desiderare, la libertà non viene cancellata. Viene anestetizzata. Continuiamo ad avere infinite possibilità, ma sempre meno occasioni per domandarci se quelle possibilità siano davvero nostre. Per questo Galimberti invita a recuperare una delle intuizioni più profonde della civiltà greca. La cultura del limite. I Greci sapevano che la più grande minaccia per l'uomo non era la mancanza di libertà, ma l'illusione dell'onnipotenza.

La chiamavano hybris. Era la tracotanza di chi pretendeva di oltrepassare ogni misura. Per evitarla affidavano la saggezza a due semplici insegnamenti: conosci te stesso e katà métron, secondo misura. In una civiltà che celebra l'illimitato, nella quale tutto sembra possibile e ogni limite appare un ostacolo da abbattere, quelle parole tornano ad assumere un valore sorprendentemente attuale. La libertà non consiste nel poter fare tutto. Consiste nel sapere chi siamo. Nel riconoscere i nostri limiti. Nel trasformarli in possibilità. Forse è questa la lezione più preziosa che Umberto Galimberti consegna al nostro tempo. La libertà non è un bene che riceviamo alla nascita. È un compito. È il lavoro quotidiano attraverso il quale ciascuno cerca di dare una forma alla propria esistenza.

E tu, lettore che ci segui, ti sei mai fermato a riflettere su quanto siano davvero libere le tue scelte? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Spesso confrontarsi e riflettere insieme è già il primo passo per comprendere meglio se stessi e il mondo che ci circonda.



di Katia Piemontese

2 commenti


Ospite
20 lug

Grazie infinitamente per le sue memorabili definizioni. Non è certo facile trasformare l'impossibile in possibile, soprattutto quando manca il coraggio di credere in sé stessi attraverso la determinazione ed il rispetto dei limiti. L'agognata libertà va coltivata con giudizio per rendere uguali ma allo stesso tempo unici ogni individuo.

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Gianpiero Bono
18 lug

Ho letto...... Sto riflettendo ....

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