Bruzzone: “Il possesso uccide. E ogni volta che lo minimizziamo, arriviamo tardi.” A scuola non servono metal detector, ma un’educazione che non confonda gelosia e amore
- La Redazione

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Non è un raptus né una tragedia isolata, per Roberta Bruzzone il vero allarme è un modello educativo che normalizza il controllo e arriva sempre troppo tardi...

L’uccisione del giovane Youssef Abanoub, colpito a morte da un coetaneo, ha scosso l’opinione pubblica e riaperto il dibattito sulla sicurezza nelle scuole. C’è chi invoca metal detector e controlli più rigidi. Ma per Roberta Bruzzone, psicologa forense e criminologa, questa è una risposta tardiva e superficiale: il problema è più profondo, culturale ed educativo. Un problema che riguarda tutti e che, se minimizzato, continua a uccidere.
L’uso di questi dispositivi è come rattoppare questa situazione senza intervenire nel profondo, senza andare alla radice del problema. In questo modo i giovani non si fermeranno ma , anzi, troveranno ulteriori strategie per superare l’ostacolo. A tal proposito Bruzzone sulla sua pagina Facebook scrive: “Il senso di possesso dilaga tra i giovanissimi. Un ragazzo ucciso perché “colpevole” di aver postato foto “tranquille” con una ragazza (amica d’infanzia) che l’assassino riteneva di sua proprietà. Questo schema non è episodico. È culturale, educativo, valoriale. E’ trasversale”.
Come ci fa capire l’esperta è un problema che riguarda e che potrebbe riguardare tutti, nessuno escluso. Non si tratta più di un caso singolo, questi meccanismi di “possesso” fanno parte dell’educazione dell’individuo. Educazione che necessariamente deve essere rimodulata.
Questi per Bruzzone sono “storie che non sono state intercettate in tempo, perché il possesso è stato normalizzato, minimizzato, giustificato come “gelosia”, “insicurezza”, “amore che fa male”. Inoltre, un altro elemento al quale dobbiamo prestare attenzione secondo l’esperta è “la presenza di un’arma da taglio nel perimetro scolastico", segnalata più volte ma sempre “dopo”. Questo non è accettabile. Non è una “ragazzata”.
I segnali secondo l'esperta sono intercettabili sin dall’inizio, in primo luogo è la famiglia che dovrebbe stare attenta, seguita poi dalla scuola e dalle istituzioni. Anche il silenzio può uccidere. Anche il figlio che ci sembra “il più bravo del mondo” può nascondere tratti di possesso e violenza. “Stiamo osservando una generazione che non tollera la frustrazione, neppure quella più banale. Quando il rifiuto non viene elaborato, si trasforma in agito violento”, continua la psicologa. “Qui non parliamo di raptus. Parliamo di apprendimenti disfunzionali.
Di modelli affettivi malati. Di segnali ignorati. Finché continueremo a confondere il controllo con l’amore, la gelosia con il legame, il possesso con l’identità, queste tragedie continueranno”.
Le criticità sono sotto gli occhi di tutti: limiti saltati, controllo assente, responsabilità adulte che arrivano troppo tardi. Per questo, spiega Bruzzone, la risposta non è aggiungere metal detector nelle scuole, ma fare prevenzione vera, educare a forme di amore più sane, al rispetto della vita e anche alla capacità di accettare la sconfitta. “La prevenzione è educazione emotiva reale, limiti chiari, intercettazione precoce, responsabilità adulta. Il possesso uccide. E ogni volta che lo minimizziamo, arriviamo tardi”, conclude.
Per te, lettore che ci segui, ti è mai capitato di assistere a scene di possesso in una relazione? Controllo, gelosia soffocante, frasi giustificate come “amore”, ma che amore non erano.
Raccontaci ciò che hai visto o vissuto, come partner, amico, collega, insegnante. Scorri in basso e lascia un commento, anche in forma anonima. Condividere può aiutare a riconoscere segnali che troppo spesso vengono normalizzati e a non sentirsi soli.
di NATALIA SESSA






.jpg)





















%20(2).jpg)
.jpg)



















La signora Bruzzone ha perfettamente ragione