Morire a 18 anni per una foto non si può accettare. La morte di Youssef Abanoub ci obbliga a una responsabilità collettiva
- La Redazione

- 2 ore fa
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La tragedia avvenuta in una scuola di La Spezia impone una riflessione che va oltre la cronaca: quando la violenza giovanile esplode, non possiamo più voltarci dall’altra parte...

La morte di Youssef Abanoub, studente diciottenne accoltellato all’interno dell’istituto professionale “Domenico Chiodo-Einaudi” di La Spezia, ha sconvolto l’intero Paese. Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni investigative, il gesto sarebbe maturato al termine di un conflitto legato a una foto circolata sui social, riconducibile a dinamiche di gelosia sentimentale.
L’autore dell’aggressione, Zouhair Atif, coetaneo della vittima, ha ammesso le proprie responsabilità. È una tragedia nota, raccontata da un quotidiano all’altro, ripetuta in tutte le edizioni dei telegiornali. Eppure resta una ferita destinata a rimanere aperta a lungo. In poche ore ha fatto il giro del mondo. Fa male. Non si può uccidere per una foto. Mai. Ancora meno a diciotto anni. Ancora meno dentro una scuola.
Quando una foto diventa l’innesco di una violenza irreversibile il problema non è il singolo episodio, ma il vuoto emotivo e educativo che lo rende possibile. Una foto è stata sufficiente a spezzare una vita e a distruggerne molte altre.
Qui non siamo davanti a un raptus inspiegabile. Siamo davanti a una incapacità profonda di gestire la delusione, la frustrazione, la perdita di controllo, a una confusione pericolosa tra amore e possesso. Quando l’altro viene percepito come qualcosa da difendere, controllare o rivendicare, la relazione smette di essere umana e diventa terreno di conflitto.
Come genitori, come adulti, come comunità educante, bisogna avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Bisogna chiedersi se si sta davvero insegnando ai ragazzi cosa significa stare in relazione, affrontare un dolore, accettare un limite. O se, al contrario, si sta lasciando che crescano inermi davanti alle emozioni più difficili, senza strumenti per nominarle e attraversarle.
La scuola dovrebbe essere il luogo della protezione, della crescita, dell’apprendimento della convivenza civile. Quando diventa teatro di una violenza estrema, non possiamo limitarci al cordoglio. È una sconfitta collettiva che impone scelte immediate e responsabili.
Servono misure di sicurezza, sì. Ma servono soprattutto presenze adulte reali, ascolto continuo, educazione emotiva, figure psicologiche stabili, spazi in cui il disagio possa emergere prima di trasformarsi in rabbia. Perché prevenire non significa reprimere: significa salvare vite.
La morte di Youssef Abanoub non può essere archiviata come l’ennesima tragedia. Deve restare un monito.
Perché se oggi si può morire per una foto, allora è evidente che c’è qualcosa che non va. E correre ai ripari non è più una scelta ma un dovere morale, immediato, collettivo.
di NATALIA SESSA






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