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Studenti stranieri, Valditara risponde all'UE sul tetto del 30%: "Il governo va avanti senza esitazioni"

42 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

La Commissione europea richiama il principio di non discriminazione. Il ministro difende il decreto e sostiene che la misura favorisca l'integrazione. Dal 2027/2028 nuove regole per la formazione delle classi prime.

Il tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi italiane accende il confronto tra il Governo e la Commissione europea. Bruxelles richiama il principio di non discriminazione sulla base della nazionalità, mentre il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, respinge le obiezioni e conferma la volontà di procedere con la misura prevista dal decreto-legge n. 170 del 30 settembre 2026. Una questione che riguarda direttamente l'organizzazione delle scuole, l'accoglienza degli alunni e il diritto all'istruzione.


La risposta del ministro è arrivata il 3 novembre, con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: "Il problema non esiste. Il governo va avanti senza esitazioni". Valditara contesta che la disposizione possa essere considerata discriminatoria e richiama la finalità educativa dell'intervento. "Premesso che l'istruzione non è una norma di competenza esclusiva della Ue, come indicano tutti i report internazionali, la norma è a favore della integrazione: si riferisce a quegli stranieri che non conoscano la lingua e dunque non realizza alcuna discriminazione", afferma il ministro, sostenendo che il criterio adottato serva a favorire condizioni di apprendimento più equilibrate. Valditara richiama anche le esperienze degli altri sistemi scolastici europei: "nella gran parte dei paesi europei gli studenti stranieri di primo arrivo sono addirittura inseriti in classi separate". Un confronto con il quale il titolare del MIM intende sostenere la legittimità della scelta italiana, distinguendola da modelli che prevedono percorsi iniziali separati per gli alunni appena arrivati.

La posizione della Commissione europea nasce dalla risposta a un'interrogazione presentata da eurodeputati del Partito democratico. Bruxelles ha ricordato che il diritto dell'Unione vieta le discriminazioni fondate sulla nazionalità, comprese quelle indirette, e che le eventuali deroghe devono essere interpretate restrittivamente. Ha inoltre annunciato che seguirà gli sviluppi della normativa italiana. Non si tratta, tuttavia, di una dichiarazione formale di illegittimità del decreto né dell'avvio di una procedura d'infrazione. Per comprendere la portata del provvedimento occorre distinguere il principio richiamato dal ministro dai criteri effettivamente stabiliti dalla legge. A partire dall'anno scolastico 2027/2028, il limite del 30% riguarderà la formazione delle classi prime, ma non interesserà indistintamente tutti gli studenti con cittadinanza non italiana.

Nella scuola primaria saranno considerati gli alunni stranieri non nati in Italia oppure che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell'infanzia. Nella secondaria di primo e secondo grado il riferimento sarà agli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo il sistema scolastico nazionale per almeno tre anni. La cittadinanza straniera, quindi, non determina da sola l'applicazione del limite. Il decreto introduce condizioni legate alla nascita e al percorso scolastico precedente, che non coincidono necessariamente con una valutazione individuale della conoscenza della lingua italiana. È un elemento importante per comprendere come la disposizione potrà essere applicata e quali questioni organizzative dovranno affrontare gli istituti.


Quando le iscrizioni non consentiranno di rispettare la percentuale prevista, gli uffici scolastici territoriali saranno chiamati a individuare soluzioni per distribuire gli studenti tra scuole vicine, tenendo conto della prossimità al domicilio. Una previsione che potrebbe avere effetti soprattutto nei territori caratterizzati da una maggiore concentrazione di alunni con cittadinanza non italiana, dove la disponibilità di istituti alternativi e i collegamenti rappresentano aspetti decisivi per le famiglie. La questione, però, non si esaurisce nella composizione numerica delle classi. L'integrazione scolastica richiede insegnanti preparati, percorsi di alfabetizzazione, mediazione linguistica e strumenti capaci di accompagnare gli studenti nell'apprendimento. Il decreto prevede anche risorse per attività extracurricolari finalizzate al rafforzamento delle competenze di base nella lingua italiana, ma sarà necessario verificare come questi interventi verranno organizzati e quale continuità potranno garantire.

Il confronto resta aperto anche sul piano politico. Nicola Zingaretti, capodelegazione del Partito democratico al Parlamento europeo, ha interpretato la risposta della Commissione come una contestazione della scelta del Governo, chiedendo il ritiro della disposizione. Una posizione distante da quella espressa da Valditara, che considera il provvedimento uno strumento per migliorare l'integrazione degli studenti. Il decreto è già entrato in vigore, mentre il percorso parlamentare di conversione e gli eventuali sviluppi del confronto europeo restano da seguire. La questione decisiva sarà comprendere se i criteri introdotti riusciranno a migliorare le condizioni di apprendimento senza determinare disparità nell'accesso all'istruzione. Per le scuole, infatti, il risultato dipenderà non soltanto dalle percentuali stabilite, ma anche dalle risorse disponibili e dalla capacità di garantire a ogni studente un percorso educativo adeguato.

di La Redazione



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