Scuola, domani è 1° settembre. Per molti docenti il rientro è già cominciato: ansia, insonnia e stress
- La Redazione

- 2 ore fa
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Alla vigilia della ripartenza, quasi un insegnante su due della secondaria di primo grado segnala stress cronico. E torna una domanda scomoda: fino a che punto il sacrificio può essere considerato dedizione?

Domani è 1° settembre e per migliaia di docenti questa data significa il ritorno a scuola, prendere servizio, ritrovare colleghi e aule, cominciare a preparare un nuovo anno scolastico. Ma per molti il rientro è iniziato prima ancora di varcare il cancello dell'istituto. Sono iniziati negli ultimi giorni di agosto, quando, pur ancora in vacanza, la testa di molti docenti era già lì. Orari, riunioni, classi, adempimenti, collegi, problemi lasciati a giugno e quelli che ancora non si conoscono. E non per tutti il ritorno è soltanto entusiasmo.
Quando il pensiero della scuola arriva prima del 1° settembre
A riportare l'attenzione sul fenomeno è un approfondimento pubblicato da Treccani sul burnout nel mondo del lavoro, che dedica uno spazio specifico anche alla scuola.
I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del problema: quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado vive situazioni di stress cronico. Il 24% del personale scolastico segnala inoltre conseguenze negative del lavoro sulla salute mentale e il 22% sulla salute fisica. E c'è un aspetto che, proprio oggi, 31 agosto, assume un significato particolare: il pensiero del ritorno può accompagnare già gli ultimi giorni delle vacanze, rendendo più difficile quel recupero delle energie che la pausa estiva dovrebbe garantire.
Dietro non c'è soltanto la fatica dell'insegnamento, ma pesano la gestione dei conflitti tra studenti, i rapporti con le famiglie e con i colleghi, gli adempimenti burocratici, le comunicazioni professionali che sempre più facilmente entrano nel tempo privato. A questo si aggiungono il tema delle retribuzioni e quello del riconoscimento sociale della professione.
Non è semplicemente stanchezza
È proprio qui che occorre evitare un equivoco. Essere stanchi alla fine di una giornata difficile non significa essere in burnout. Il fenomeno è legato a una condizione di stress lavorativo cronico che non è stata gestita efficacemente e può manifestarsi progressivamente attraverso affaticamento persistente, insonnia, irritabilità e difficoltà di concentrazione. Il problema, peraltro, non riguarda soltanto gli insegnanti. Secondo i dati richiamati nell'approfondimento Treccani, il 29% dei lavoratori europei riferisce stress, depressione o ansia collegati all'attività professionale, mentre oltre il 40% lavora sotto pressione a causa di tempi e carichi eccessivi.
Quando sacrificarsi diventa quasi un dovere
All'interno di ogni aula ci sono studenti e soprattutto responsabilità educative. Ed è proprio questo coinvolgimento a rendere talvolta difficile riconoscere il limite tra disponibilità e sacrificio, tra la dedizione al proprio lavoro e il progressivo esaurimento delle proprie energie.
L'approfondimento di Treccani porta la riflessione ancora più a fondo e mette in discussione un'idea radicata nella nostra cultura del lavoro: che il valore e la dedizione di una persona si misurino anche dalla sua disponibilità a sacrificarsi, a rinunciare a una parte del proprio tempo e, talvolta, del proprio benessere.
Resistere, non lamentarsi, fare sempre qualcosa in più, portarsi il lavoro a casa e andare avanti anche quando le energie cominciano a mancare diventano quasi la misura della propria dedizione. Come se fermarsi, riconoscere la stanchezza o semplicemente porre un limite significasse essere meno professionali.
Ma c'è una domanda che alla vigilia di un nuovo anno scolastico vale la pena porsi: da quando essere esausti è diventato la prova che si sta lavorando bene?
Domani le scuole torneranno a riempirsi. Ci saranno docenti felici di ricominciare, altri preoccupati. E ce ne saranno molti altri che proveranno entrambe le cose.
Dietro ogni insegnante c'è una persona e il nuovo anno scolastico dovrebbe cominciare proprio da questa consapevolezza.
La scuola non ha bisogno di eroi esausti. Ha bisogno di persone che possano continuare a insegnare senza dover dimostrare il proprio valore consumando se stesse.
di La Redazione
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