Il primo giorno nella nuova scuola e quella paura di sembrare diversi: basta una parola per far sentire un bambino fuori posto
- La Redazione

- 57 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min
Un accento, un modo differente di chiamare un oggetto o una risata dei compagni possono diventare enormi per chi è appena arrivato: accogliere significa proteggere senza farlo sentire ancora più diverso...

Un bambino entra in una classe nella quale tutti sembrano già conoscersi. I compagni hanno i propri posti, ricordano esperienze condivise e comprendono regole che nessuno ha bisogno di spiegare.
Lui, invece, deve imparare tutto: i nomi, gli spazi, il modo di parlare, le abitudini degli insegnanti e persino il momento giusto per chiedere di andare in bagno.
Gli altri lo osservano con curiosità. Gli fanno domande, ascoltano il suo accento e cercano di capire da dove venga. Può bastare una parola pronunciata in modo diverso, un’espressione utilizzata soltanto nel luogo dal quale arriva o un oggetto chiamato con un altro nome perché qualcuno inizi a ridere.
Forse i compagni non vogliono ferirlo. Per loro quella parola è soltanto insolita. Per chi è appena arrivato, però, quella risata può confermare la paura che lo accompagna dal momento in cui ha varcato la porta: qui sono diverso da tutti gli altri.
Un adulto potrebbe considerarlo un episodio insignificante, destinato a essere dimenticato in pochi minuti. Ma l’infanzia attribuisce un peso enorme agli sguardi, alle risate e alla sensazione di essere accettati.
Ci sono momenti che restano nella memoria non per ciò che è realmente accaduto, ma per come ci hanno fatto sentire.
Essere nuovi significa dover reimparare anche le cose più semplici
Cambiare scuola non vuol dire soltanto lasciare un edificio e raggiungerne un altro. Significa perdere temporaneamente il proprio posto.
Nella vecchia classe il bambino sapeva accanto a chi sedersi, con chi trascorrere la ricreazione e quale compagno avrebbe scelto durante un lavoro di gruppo. Nella nuova deve aspettare che qualcuno gli faccia spazio.
Anche quando parla la stessa lingua degli altri può percepirsi estraneo. L’accento, le espressioni familiari, il cibo portato per merenda o il modo di vivere alcune ricorrenze possono diventare elementi sui quali si concentra l’attenzione della classe. Ciò che per gli altri è una curiosità, per lui può essere il segno di tutto ciò che ha lasciato e di quanto ancora non riesca ad appartenere al nuovo luogo.
A questa fatica si aggiunge spesso la nostalgia. Il bambino può continuare a domandare quando tornerà nella vecchia casa, desiderare gli amici lasciati o confrontare ogni esperienza con quella precedente. Non sempre comprende immediatamente che il trasferimento durerà a lungo e che dovrà costruire altrove una nuova quotidianità.
Il disagio può manifestarsi attraverso il silenzio, la rabbia, il rifiuto della scuola o un’eccessiva disponibilità ad accettare qualsiasi cosa pur di essere incluso. Non tutti i bambini chiedono aiuto piangendo. Alcuni cercano di diventare invisibili.
Accogliere senza indicare continuamente chi è diverso
L’insegnante può fare molto, ma l’accoglienza richiede delicatezza. Presentare il nuovo alunno davanti a tutti, chiedergli ripetutamente da dove venga o sottolineare ogni sua differenza può produrre l’effetto contrario a quello desiderato.
Il bambino ha bisogno di essere conosciuto, non esposto. Può essere utile affidargli un compagno che lo accompagni negli spazi, coinvolgerlo nei lavori di gruppo e spiegare alla classe che una stessa cosa può essere chiamata in modi differenti senza che uno sia necessariamente sbagliato.
È importante anche osservare ciò che accade nei momenti meno strutturati. Durante la lezione tutti possono sembrare inclusi perché condividono lo stesso compito. È nella ricreazione, nei giochi e nella scelta spontanea dei gruppi che la solitudine diventa più visibile.
Dire agli altri “fatelo giocare con voi” può essere necessario, ma non sempre è sufficiente. L’inclusione autentica non nasce soltanto da un ordine dell’adulto. Va accompagnata attraverso occasioni nelle quali i bambini possano conoscersi e scoprire qualcosa che li unisce. Il nuovo alunno non deve dimenticare il luogo dal quale proviene per sentirsi parte della classe. Deve poter aggiungere una nuova appartenenza senza cancellare quella precedente.
Con il tempo, ciò che inizialmente lo rendeva diverso può diventare una parte naturale della sua identità. Il nuovo accento si mescola al vecchio, le strade smettono di sembrare estranee e alcuni compagni diventano amici.
Ma quel processo non avviene in un giorno. Ha bisogno di adulti capaci di comprendere che, dietro l’apparente semplicità di un cambio di scuola, un bambino sta cercando nuovamente il proprio posto nel mondo.
Per te, lettore che ci segui, hai mai cambiato scuola o accompagnato un bambino durante un trasferimento? Quale gesto ti ha fatto sentire accolto e quale episodio, invece, ti ha fatto percepire diverso? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.
di Natalia Sessa
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