Il primo giorno di supplenza e quella paura di non essere pronti: la classe ti guarda e l’ansia dice di scappare
- La Redazione

- 1 ora fa
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Dalla telefonata improvvisa della segreteria all’ingresso in aula possono passare poche ore: nessun manuale prepara completamente a quel momento, ma non sapere ancora fare tutto non significa essere incapaci

Il telefono squilla quando meno te lo aspetti. Dall’altra parte c’è una segreteria scolastica: una supplenza disponibile, poco tempo per decidere e ancora meno per prepararsi.
Per mesi quella chiamata è stata desiderata. Si sono inviate domande, controllate graduatorie e immaginate le prime lezioni. Quando finalmente arriva, però, all’entusiasmo si mescola una domanda difficile da allontanare: sarò davvero pronto a entrare in classe?
Fino a quel momento insegnare era stato un progetto, un percorso di studio o una possibilità attesa. Dopo la firma del contratto diventa reale. Ci sono degli alunni che osservano il nuovo docente, cercano di comprenderlo e aspettano che sia lui a indicare cosa fare.
È spesso in quell’istante che la paura prende il posto dell’euforia.
Non sempre il supplente trova una programmazione ordinata, consegne precise o qualcuno con il tempo necessario per spiegargli ogni cosa. Può entrare in una classe della quale non conosce ancora i nomi, le abitudini, le difficoltà e gli equilibri costruiti nei mesi precedenti.
Gli alunni, invece, sanno perfettamente di trovarsi davanti a una persona nuova. La osservano, fanno domande, misurano i suoi confini e cercano di capire quale spazio potranno occupare.
Il docente vorrebbe trasmettere sicurezza, ma dentro può sentirsi ancora uno studente capitato improvvisamente dall’altra parte della cattedra.
Nessuno entra in classe sapendo già fare tutto
La preparazione è indispensabile, ma non può anticipare ogni situazione. Nessun libro insegna esattamente come reagire quando un alunno si rifiuta di partecipare, due compagni litigano o la lezione immaginata non riesce a coinvolgere la classe.
Il primo incarico mette insieme teoria e realtà. È lì che il futuro insegnante scopre che conoscere una disciplina non significa automaticamente saperla spiegare e che guidare una classe richiede attenzione, ascolto, fermezza e capacità di cambiare strada.
Sentirsi impreparati non significa necessariamente esserlo. Può significare avere compreso la grandezza della responsabilità che si sta assumendo. La paura può suggerire di rinunciare, restare in silenzio o riempire ogni minuto pur di non perdere il controllo. A volte, invece, serve soltanto fermarsi per pochi secondi, respirare e accettare di iniziare dalle cose più semplici: presentarsi, imparare i nomi, osservare e costruire il primo contatto. Non bisogna dimostrare immediatamente di sapere tutto. Gli alunni hanno bisogno soprattutto di capire che davanti a loro c’è un adulto presente, disposto ad ascoltare e capace di assumersi la responsabilità della classe.
Il primo giorno non decide che insegnante sarai
Una spiegazione può non funzionare. Il tempo può essere calcolato male e una domanda può trovare il docente impreparato. Sono errori che, nel momento in cui accadono, sembrano enormi, ma non rappresentano una sentenza sul futuro professionale.
Il primo giorno non deve essere perfetto. Deve soltanto essere il primo.
La competenza si costruisce anche attraverso le lezioni che non riescono, i consigli ricevuti dai colleghi e la capacità di riconoscere ciò che il giorno successivo potrebbe essere fatto diversamente.
In questa fase il sostegno degli insegnanti più esperti può fare una differenza enorme. Una consegna chiara, un materiale condiviso o una parola pronunciata senza giudizio possono impedire che il nuovo collega si senta abbandonato davanti a una responsabilità più grande di lui.
Anche la scuola ha quindi un compito: non considerare la supplenza come il semplice arrivo di qualcuno che occupa temporaneamente una cattedra, ma come l’ingresso di una persona che deve conoscere la classe, comprenderne il percorso e trovare il proprio modo di insegnare.
Con il passare dei giorni, i nomi diventano volti conosciuti, le esitazioni diminuiscono e ciò che sembrava impossibile comincia ad avere un ritmo. Non perché la paura scompaia completamente, ma perché il docente impara che può agire anche mentre la sente.
Forse diventare insegnanti comincia proprio lì: nel momento in cui si smette di aspettare di sentirsi completamente pronti e si decide comunque di entrare in classe.
Per te, docente che ci segui, ricordi la telefonata della tua prima supplenza e il momento in cui sei entrato per la prima volta in aula? Qual è stata la paura più grande e cosa ti ha aiutato a superarla? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.
di La Redazione
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