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Morelli: “I problemi si risolvono stando lì, non chiamando la tua amica e non raccontando i tuoi lamenti”

Lo psicologo invita a fermarsi, spegnere le distrazioni e restare davanti a ciò che sentiamo: “Se sei distratto non ce la puoi fare”

“Non siamo qui per perdere del tempo”. È da questa richiesta, apparentemente semplice, che lo psicologo Raffaele Morelli apre una riflessione molto più profonda sul modo in cui affrontiamo ciò che ci accade.

Prima ancora di parlare di benessere, Morelli chiede di esserci davvero, di smettere per un momento di guardare altrove e di lasciare fuori tutto ciò che normalmente ci tiene occupati.

“Spegnete i telefoni, scusate. Non siamo qui per perdere del tempo. È una serata, smettete di parlare fra di voi.”

Non è soltanto un invito al silenzio. È la richiesta di concedersi uno spazio nel quale non essere continuamente raggiunti da messaggi, telefonate, pensieri e persone.

Lo psicologo porta poi il discorso sul terreno del disagio e della sofferenza, spiegando che stare bene non significa necessariamente allontanarsi da ciò che ci fa stare male.

“Se uno dovesse dirmi, dopo tanti anni che faccio questo lavoro, che cosa serve per star bene? Serve percepire che sei in questo posto qua, che non c'è nessun altro, che sei tu, che sei lì, lì a guardare i tuoi disagi, i tuoi dolori, a guardarli.”

Il punto è riuscire a rimanere davanti a ciò che proviamo senza cercare subito una distrazione.

Ed è proprio qui che arriva uno dei passaggi più netti della riflessione:

“Se sei distratto non ce la puoi fare.”

Una frase che riguarda molto del nostro modo di vivere quotidiano. Quando percepiamo un problema, spesso cerchiamo immediatamente qualcuno da chiamare, qualcosa da fare o uno schermo nel quale rifugiarci. Restare con quello che sentiamo può diventare invece la cosa più difficile.

Morelli insiste sulla necessità di non sprecare il momento presente. “Quindi non buttiamo via questa occasione. Non capiterà spesso. Stai qua, non distrarti. Stai qua.”

Quel “stai qua”, ripetuto, diventa quasi il centro dell'intero discorso. Non cercare immediatamente una via di fuga, ma prova a rimanere dentro ciò che sta accadendo.

E quando arriva qualcosa che non va, il consiglio resta lo stesso:

“Stai qua. Qualsiasi cosa accade, stai lì, lì.”

Morelli mette così in discussione l'abitudine di reagire al disagio raccontandolo immediatamente agli altri: “i problemi si risolvono stando lì, non chiamando la tua amica, non parlando con tuo cugino, non raccontando i tuoi lamenti.”

Non significa necessariamente negare il valore delle relazioni o della condivisione. Il senso delle sue parole è fermare quella reazione automatica che ci porta, appena qualcosa ci fa male, a raccontarlo, spiegarlo, condividerlo o cercare subito una risposta fuori da noi. Prima, suggerisce Morelli, occorre restare. “Questa cultura è un dramma. Parla sempre di sé.” Raccontarsi, spiegarsi, mostrare ciò che proviamo è diventato quasi un riflesso.

L'invito dello psicologo invece è quello di fare il contrario, almeno per un momento: “non parlare più, stai bene. Non parlare più di te.”

È una frase che può lasciarci spiazzati perché è un invito a non raccontare tutto, condividere tutto, dare un nome a ogni emozione e cercare immediatamente qualcuno che ci ascolti. Il punto della riflessione è semplice e, allo stesso tempo, tutt'altro che facile: non tutto ciò che sentiamo deve essere raccontato immediatamente. Alcune cose hanno bisogno, prima di tutto, di essere ascoltate dentro di noi.

E allora la domanda diventa inevitabile: quando qualcosa ci fa stare male, sappiamo ancora rimanere lì, senza prendere subito il telefono e cercare qualcuno a cui raccontarlo?

Per te, lettore che ci segui, riesci a stare lì, davanti a quello che senti, senza scappare? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento. Perché, a volte, la parte più difficile non è trovare le parole per raccontare ciò che ci accade, ma avere il coraggio di fermarsi e ascoltarlo.



di Katia Piemontese

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