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Disabilità, CNDDU: “Avere bisogno di sostegno non significa essere privi del diritto di decidere”


Una riflessione che coinvolge scuola, famiglie e istituzioni e invita a guardare alla vita adulta senza attendere che il futuro diventi un’emergenza

“Il futuro si prepara nel presente”.

È racchiuso in queste parole il senso della riflessione proposta dal Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani. Per molti anni, parlando di disabilità, l’attenzione si è concentrata soprattutto sul “dopo di noi”, su ciò che accadrà quando verrà meno il sostegno della famiglia. Una questione fondamentale, alla quale oggi il CNDDU invita ad affiancare quella del “prima di noi”: ciò che viene costruito durante la vita della persona, attraverso formazione, esperienze, relazioni e concrete possibilità di scelta.

“Non si tratta di contrapporre due modelli, ma di comprendere che il futuro si prepara nel presente. L’autonomia non nasce improvvisamente nell’età adulta e non può essere affrontata soltanto quando una famiglia non è più nelle condizioni di assicurare il proprio sostegno”.

Autonomia non significa autosufficienza

Il primo cambiamento richiesto riguarda il significato attribuito alla parola autonomia. Non coincide con la capacità di fare tutto da soli e non viene meno quando una persona ha bisogno dell’aiuto degli altri. “Avere bisogno di sostegno non significa essere privi della capacità o del diritto di decidere. L’autonomia assume forme differenti e riguarda innanzitutto la possibilità di partecipare consapevolmente alle scelte che interessano la propria esistenza”.

Per il CNDDU, il riconoscimento formale dei diritti non è sufficiente se la loro applicazione continua a essere ostacolata dalla discontinuità dei servizi, dalle limitate opportunità formative e lavorative o da ambienti che non consentono una partecipazione effettiva.

Anche un atteggiamento nato con l’intenzione di proteggere può diventare una barriera: “Il pregiudizio non assume sempre forme apertamente discriminatorie. Può esprimersi anche attraverso aspettative ridotte o atteggiamenti eccessivamente protettivi che, pur nascendo dall’intenzione di tutelare, finiscono per limitare le occasioni di scelta e di crescita”.


Il ruolo della scuola nella costruzione del “prima di noi”

In questo percorso, la scuola occupa una posizione centrale. La presenza fisica dell’alunno nella classe, da sola, non può essere considerata inclusione.“L’inclusione non può esaurirsi nella presenza dell’alunno con disabilità all’interno della comunità scolastica, ma deve tradursi nella possibilità di partecipare alla vita della classe, costruire relazioni, sviluppare competenze e acquisire progressivamente consapevolezza delle proprie possibilità”.

Lo sguardo educativo deve quindi spingersi oltre il periodo scolastico e preparare il passaggio alla formazione superiore, all’università, al lavoro e alla partecipazione sociale. “Una scuola autenticamente inclusiva deve contribuire a ridurre questa distanza, considerando l’orientamento e la costruzione delle autonomie come parti sostanziali del processo formativo”.

Il rapporto con le famiglie rimane fondamentale, ma il futuro della persona non può dipendere soltanto dalle possibilità economiche, culturali e organizzative del nucleo familiare. In caso contrario, diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti finirebbero per essere condizionati dalle risorse disponibili alla partenza.

Il diritto a una vita ordinaria

Il CNDDU richiama l’attenzione anche sul modo in cui la disabilità viene raccontata. Alle rappresentazioni pietistiche si affianca spesso la celebrazione di persone presentate come esempi eccezionali per avere superato ostacoli particolarmente difficili.

Ma la piena cittadinanza non può dipendere dal raggiungimento di risultati straordinari: “Il valore della persona non dipende dai risultati raggiunti. L’inclusione si realizza soprattutto nella quotidianità, quando diventa ordinaria la possibilità di studiare, lavorare, costruire relazioni, esprimere preferenze e partecipare alla vita della comunità secondo le proprie condizioni e aspirazioni”. È nella normalità, dunque, che si misura la qualità dell’inclusione: “È proprio nella normalità dell’esercizio dei diritti che si misura la qualità di una società inclusiva”.

Il futuro non può essere preparato soltanto dalle famiglie

Il “prima di noi” diventa così una responsabilità che riguarda l’intera comunità. Significa accompagnare progressivamente la persona verso la vita adulta, senza aspettare che la perdita del sostegno familiare trasformi il futuro in una situazione di emergenza. “Il ‘prima di noi’ non dovrebbe pertanto diventare una nuova formula da affiancare alle molte già presenti nel linguaggio pubblico. Deve rappresentare un criterio attraverso il quale ripensare l’azione educativa e istituzionale”.

La prospettiva indicata dal Coordinamento sposta quindi l’attenzione dalla capacità individuale di superare le difficoltà alla responsabilità collettiva di rimuovere ciò che impedisce una piena partecipazione. “Una società inclusiva non si misura sulla capacità delle persone con disabilità di superare individualmente gli ostacoli che incontrano, ma sulla capacità collettiva di evitare che quegli ostacoli diventino condizioni permanenti di esclusione”.

Costruire il “prima di noi” significa, infine, riconoscere oggi gli spazi di autonomia, sostegno e libertà di scelta necessari affinché la cittadinanza non rimanga soltanto dichiarata, ma possa essere concretamente vissuta.

di La Redazione


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