“Alla ricerca del tempo perduto”, Proust: "scoprii fino a qual punto la sua voce era dolce". Quando la distanza ci fa vedere chi amiamo
- La Redazione

- 40 minuti fa
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Ci sono voci che ascoltiamo per anni, gesti che conosciamo a memoria, presenze che accompagnano le nostre giornate. Poi arriva una distanza e qualcosa cambia ...

“Alla ricerca del tempo perduto”, con queste parole Marcel Proust prova a raggiungere qualcosa che continuamente ci sfugge: il tempo vissuto. Non quello misurato dagli orologi, ma quello che rimane dentro di noi, nascosto nelle sensazioni, nei ricordi e nelle persone che hanno attraversato la nostra vita.
A volte è sufficiente una distanza, anche breve, per modificare il nostro sguardo e permetterci di scoprire qualcosa che la vicinanza quotidiana aveva reso quasi invisibile.
È ciò che accade quando il narratore, lontano da casa, ascolta al telefono la voce della nonna. Una voce che conosce da sempre e che, tuttavia, separata per la prima volta dal volto, dai gesti e dalla presenza rassicurante della donna, sembra raggiungerlo in modo completamente diverso. Ed è proprio in uno di questi momenti che l'autore scrive: "Perché fino allora, ogni volta che mia nonna mi aveva parlato, io avevo sempre seguito quel che mi diceva sullo spartito aperto del suo viso […] ma la sua voce in sé, l’ascoltavo per la prima volta. […] Scoprii fino a qual punto essa era dolce." La presenza quotidiana ha qualcosa di rassicurante. Una telefonata, qualcuno che ci chiede se abbiamo mangiato, una porta che si apre alla stessa ora, una frase ripetuta mille volte entrano poco alla volta nel ritmo delle nostre giornate.
L’abitudine funziona così: ciò che si ripete crea un’attesa. Se è accaduto ieri e il giorno prima ancora, ci viene naturale pensare che accadrà anche domani. Non abbiamo bisogno di dircelo. Ci aspettiamo che quella voce torni, che quella porta si apra ancora, che ci sia un altro pranzo, un’altra domenica, un’altra occasione per ascoltare meglio.
Poi arriva una distanza. Un viaggio, un trasferimento, un figlio che lascia casa, una separazione. A volte bastano pochi giorni lontani. E qualcosa sentito centinaia di volte ci raggiunge in modo diverso. "Scoprii fino a qual punto essa era dolce."
Non è necessariamente cambiata la voce. È cambiato il modo di ascoltarla.
È uno dei movimenti più profondi della Recherche: il tempo modifica il nostro sguardo e ciò che avevamo davanti da sempre può rivelarsi soltanto dopo.
E allora cominciano a mancarci anche le piccole cose. Una storia della quale conoscevamo già il finale, una raccomandazione alla quale rispondevamo distrattamente e un gesto talmente consueto da essere diventato invisibile.
Ma con il tempo scopriamo anche altro. Le persone che amiamo hanno una parte di vita che non conosciamo. Hanno avuto paure che non ci hanno raccontato, desideri rimasti da qualche parte, rinunce delle quali non ci siamo accorti. Siamo così abituati al posto che occupano nella nostra esistenza che raramente ci chiediamo chi siano al di là di quel posto.
"Era una voce dolce, ma molto triste, anche […] fragile a forza di delicatezza, da sembrare ad ogni istante sul punto di rompersi […] e poi perché, avendola sola presso di me, senza la maschera del viso, vi scorgevo per la prima volta i dolori che l’avevano incrinata nel corso della vita."
Possiamo vedere qualcuno ogni giorno e non accorgerci della sua stanchezza. Conoscerlo da una vita e non sapere quale paura porti dentro, a cosa abbia rinunciato, quale sogno abbia lasciato indietro. Non è mancanza d’amore.
È la presenza a rassicurarci: ci convince che avremo tempo, un tempo per ascoltare, per fare quella domanda mai fatta, per dire ciò che continuiamo a rimandare.
E alcune parole restano così, non dette, perché eravamo certi che ci sarebbe stata un’altra occasione. Dunque, Proust ci mette davanti a un paradosso profondamente umano: la vicinanza non garantisce la conoscenza. A volte è la distanza a mostrarci ciò che l’abitudine aveva reso invisibile. Non ci insegna ad amare di più, ma ci costringe ad accorgerci: di una voce, di un gesto, di una fragilità, ma soprattutto di qualcuno che avevamo accanto da sempre e che, in qualche modo, dovevamo ancora imparare a vedere. Non dovremmo aspettare che sia lontano per ascoltarlo davvero.
Per te, lettore che ci segui, hai mai avuto bisogno della distanza per accorgerti di qualcosa che avevi sempre avuto vicino? C’è una voce, un gesto o una presenza che oggi ascolti in modo diverso?
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di Katia Piemontese




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