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Anche gli insegnanti più sicuri tornano a casa chiedendosi: “Ho fatto abbastanza? Avrò usato le parole giuste?”

La sicurezza mostrata davanti alla classe non elimina i dubbi, la paura di sbagliare e il peso delle decisioni prese ogni giorno: a volte è proprio chi tiene maggiormente ai propri alunni a interrogarsi di più...

Ci sono insegnanti che entrano in classe con passo sicuro, parlano senza esitazioni e sembrano avere sempre una risposta. Gestiscono un imprevisto, calmano una discussione, spiegano nuovamente ciò che non è stato compreso e trovano le parole per parlare con una famiglia preoccupata.

Poi tornano a casa, chiudono la porta e iniziano a ripercorrere mentalmente la giornata.

Avrò fatto abbastanza? Sarò stato troppo severo? Avrei dovuto ascoltare di più? Quella parola avrà ferito qualcuno? Ho davvero compreso cosa si nascondeva dietro il comportamento di quell’alunno?

La sicurezza che vediamo dall’esterno non sempre coincide con ciò che una persona sente dentro. Anche un docente preparato ed esperto può avere paura di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato.

Quando la sicurezza diventa uno scudo

Davanti agli alunni, un insegnante deve rappresentare un punto di riferimento. Non può permettere che ogni dubbio interrompa la lezione o che l’ansia prenda il posto delle decisioni. Deve scegliere, intervenire e assumersi la responsabilità di ciò che accade.

Per questo, nel tempo, molti docenti imparano a non mostrare tutte le proprie esitazioni. Costruiscono una sicurezza necessaria per guidare la classe, affrontare le famiglie e orientarsi tra richieste differenti.

Quello scudo, però, non cancella la vulnerabilità. La protegge.

Dietro un tono fermo può esserci una persona che si interroga continuamente. Dietro una decisione presa in pochi secondi possono esserci ore trascorse a chiedersi se fosse davvero quella giusta.

Non esiste una risposta giusta per ogni alunno

A rendere complesso il lavoro dell’insegnante è il fatto che non esista una soluzione capace di funzionare sempre e con tutti.

Una parola può incoraggiare un bambino e lasciare indifferente un altro. Una regola può rassicurare chi ha bisogno di confini e pesare su chi sta attraversando una difficoltà che ancora non riesce a raccontare.

L’insegnante non incontra soltanto studenti, ma persone con storie, paure, fragilità e modi differenti di chiedere aiuto. A volte un comportamento provocatorio nasconde rabbia, altre volte vergogna, bisogno di attenzione oppure una sofferenza che la scuola può soltanto intuire. Non riuscire a comprendere immediatamente ogni alunno non significa essere un cattivo insegnante. Significa lavorare con esseri umani, non con risposte già scritte.

Il dubbio non è sempre un segno di debolezza

Esiste un dubbio che paralizza e impedisce di agire, ma ne esiste anche uno che ci costringe a non diventare superficiali.

Domandarsi se sia stato fatto abbastanza può diventare il punto di partenza per osservare meglio, chiedere consiglio a un collega, modificare una strategia o trovare il coraggio di ammettere un errore.

Un docente che non si interroga mai rischia di non accorgersi più dell’effetto delle proprie parole. Chi si interroga troppo, invece, può finire per attribuirsi responsabilità che non dipendono soltanto da lui.

La scuola è un lavoro collettivo. Nessun insegnante può risolvere da solo ogni difficoltà educativa, familiare o sociale incontrata dai propri alunni. Avere cura non significa sentirsi responsabili di tutto.

Essere abbastanza non significa essere perfetti

Forse la domanda più difficile non è se un insegnante abbia fatto tutto, ma se abbia fatto ciò che poteva con gli strumenti, il tempo e le informazioni disponibili in quel momento.

Ci saranno lezioni riuscite e giornate confuse. Parole capaci di arrivare esattamente dove serviva e altre che dovranno essere corrette. Momenti nei quali sarà necessario guidare e altri nei quali bisognerà semplicemente ascoltare.

Essere un buon insegnante non significa non sbagliare mai. Significa accorgersi, tornare sui propri passi e continuare a guardare gli alunni come persone che meritano attenzione.

La sicurezza autentica non nasce dall’assenza di dubbi. Nasce dalla consapevolezza di poterli attraversare senza lasciare che cancellino tutto ciò che di buono è stato fatto.

Per te, lettore che ci segui, ti è mai capitato di tornare a casa e chiederti se avessi fatto abbastanza o utilizzato le parole giuste? Come riesci a convivere con i dubbi che accompagnano la responsabilità educativa? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.



di Katia Piemontese

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