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Recalcati: “Ogni lutto ha qualcosa di interminabile, destinato a non morire mai del tutto”. Quando il ricordo diventa eredità, il dono di chi abbiamo amato

14 ago
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 ago

Cosa resta davvero di chi non c’è più? Recalcati racconta il difficile passaggio attraverso il quale un’assenza può continuare ad abitare la nostra vita senza impedirci di viverla...

Ci sono assenze alle quali il tempo non riesce a togliere completamente la voce. Cambiano forma, si allontanano dal centro delle giornate, smettono forse di occupare ogni pensiero, ma continuano a vivere in un gesto, in una parola ricordata all’improvviso, nel modo in cui abbiamo imparato a guardare il mondo. “Se c’è in ogni lutto qualcosa di interminabile, proprio per questo qualcosa è destinato a restare nel futuro, a non morire mai del tutto.”

È con queste parole che lo psicoanalista Massimo Recalcati riflette su ciò che rimane dopo una perdita e sulla possibilità che persino una ferita profonda possa assumere, nel tempo, una forma nuova.

Il lutto, in questa prospettiva, non è un passaggio che si chiude lasciando ogni cosa alle proprie spalle. La persona perduta continua inevitabilmente ad accompagnare chi resta. Non necessariamente come un peso che impedisce di vivere, ma come una presenza trasformata, un resto che il tempo non riesce a cancellare. Recalcati approfondisce il rapporto tra la vita e ciò che è stato perduto. Elaborare un lutto significa riconoscere l’assenza e attraversarne il dolore, ma questo lavoro non conduce alla cancellazione del legame. Rimane qualcosa di indimenticabile, perché le persone amate hanno contribuito a renderci ciò che siamo.

La ferita può cicatrizzarsi senza scomparire, a tal punto da non coincidere più con il dolore originario, ma ne conserva la traccia e racconta che qualcosa è accaduto. Tornare a vivere non significa negare la perdita, bensì trovare una collocazione diversa a ciò che continua a restare dentro di noi. 

“Se si vuole riattivare la vita si deve sempre dare sepoltura simbolica alle ombre del nostro passato.”

L’immagine utilizzata da Recalcati è quella di un movimento difficile ma necessario: il soggetto attraversa l’assenza, vi si immerge, ma lo fa per riuscire a “risalire nuovamente in superficie”. Il dolore non viene aggirato né negato; viene attraversato affinché la vita possa riprendere il proprio cammino.

È qui che acquista significato l’immagine delle stelle morte. La luce che osserviamo nel cielo può provenire da un corpo celeste che non esiste più, eppure continua a viaggiare fino a raggiungerci. Anche ciò che abbiamo amato può continuare a illuminare la nostra vita dopo la sua scomparsa.

La nostalgia può diventare rimpianto e tenere lo sguardo rivolto esclusivamente all’indietro, sottraendo spazio al presente. Ma può anche trasformarsi in gratitudine quando ciò che abbiamo ricevuto dal passato non ci trattiene, bensì ci aiuta a procedere. Un insegnamento, una frase o un modo di affrontare la vita possono tornare inaspettatamente e assumere un significato nuovo. Il lutto resta allora interminabile non perché il dolore debba conservare per sempre la stessa intensità, ma perché un legame autentico non scompare senza lasciare traccia. Chi non c’è più continua a esistere in ciò che ci ha consegnato e nel modo, ogni volta personale, in cui scegliamo di portarlo con noi.

E tu, lettore che ci segui, senti ancora accanto a te, in un gesto, in una parola o in un ricordo, qualcuno che non c’è più?

Scorri in basso, dopo gli articoli correlati puoi raccontaci la tua esperienza nei commenti, se lo desideri anche in forma anonima.



di Eugenio Piemontese

37 commenti


Per un punto persi la cappa.
27 ago

Quando è morta mia moglie (48) io ne avevo 50. Con due figli piccoli 4^ elementare e 2^ liceo. L'amarezza di avere subito un'ingiustizia e nessuno da accusare, se non me stesso per non essere riuscito a fare di meglio. Ho dovuto ricorrere alla psicoterapia e a tutta la fede che mi era rimasta, nonostante gli ultimi mesi stentati e tragici di un tumore metastatico che dalle ossa è passato ad altri organi rendendo fragilissima la mia povera sposa. Una polmonite fulminante l'ha addormentata in poche ore, liberandola da un corpo che non rispondeva più a nessuna terapia. Per arrivare a pensare e scrivere questo ci ho messo più di tre anni. Mi sono dovuto riorganizzare e ripensare, rispetto ai…

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Valeria Caroli
20 ago

Sono qui seduta e indosso un abito di mia mamma, morta di Covid nel 2021 a 98 anni. E’una cosa che mi fa piacere, mi sembra la faccia rivivere in me.

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Antonella
19 ago

Ho perso mio padre nel bel lontano 21 marzo 1987, un giorno che non puoi dimenticare, anche la tv ricorda che inizia la primavera,sono la bellezza di 39 anni, se n’è andato in tre mesi eravamo una famiglia super felice, non é riuscito neanche a sapere quanto avrebbe preso di pensione, dopo aver lavorato ben 42 anni. Una persona sempre allegra gioviale e soprattutto molto buona un padre e un marito molto presente. Mia madre aveva 54 anni è caduta in depressione.

Purtroppo sono dolori indelebili, si possono attenuare ma non si dimenticano anche un piccolo ricordo fa riaffiorare quel GRANDE dispiacere.

Papà mi manchi molto

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Anonimo
18 ago

Il lutto di mio marito è stato interminabile, un'esperienza di varie sfaccettature con le quali fare i conti nel corso degli anni; oggi sono riuscita a guardare un'altro volto, a desiderare altre attenzioni, ma il percorso è stato lungo e nonostante questo ancora oggi è presente in casa, la nostra casa, con il mio bambino che ricorda tanto il suo papà. Spero sia al suo fianco sempre e lo aiuti come può.

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Enrica Saponaro
18 ago

Buonasera,

è esattamente ciò che provo.

Ho dovuto attraversare 2 anni pietrificata per il mio caro Gigetto, veneziano e seppellito a San Michele.

Ora vive qui da me a San Polo di Piave, con mio papà e mia mamma.

In ogni momento li sento vicino a me, mi proteggono e mi spronano.

Le lacrime adesso sono per Gigetto, pensarlo mi fa piangere.

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