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Recalcati: “Ogni figlio deve sentirsi desiderato, voluto dai propri genitori”. Perché amare davvero significa lasciarlo essere se stesso

Educare è seguire regole o riconoscere un desiderio? Recalcati critica l’educazione come tecnica e invita a ripensare il ruolo di genitori e insegnanti...

Ci si chiede spesso se esistano manuali capaci di insegnare davvero come si educa un figlio o un alunno. Se esistano regole chiare, istruzioni affidabili, formule replicabili per diventare “bravi” genitori o insegnanti, come se la crescita di una persona potesse essere guidata da protocolli standardizzati.

La domanda ritorna puntuale ogni volta che emergono difficoltà: esistono metodologie in grado di garantire un’educazione efficace? Manuali che spieghino come regolare il sonno, il temperamento, le capacità cognitive, il comportamento di un bambino, riducendo l’imprevisto e l’errore?

È in questo scenario che lo psicoanalista e saggista Massimo Recalcati individua una deriva sempre più diffusa nel modo di pensare l’educazione. Oggi, osserva, “la vita del figlio viene in sostanza equiparata a quella di un cavallo che deve essere opportunamente addestrato.

Il carattere selvatico della sua natura deve essere domato da una sorta di psicotecnica educativa. Potrà così imparare il galoppo, il trotto, gli esercizi di abilità ai quali lo sottoporremo nell’obiettivo di renderlo il più possibile docile ai nostri comandi. In questo modo l’educazione cesserà di essere un mestiere impossibile per diventare una psicotecnica di addestramento e di disciplinamento del corpo e del pensiero”.

In questa prospettiva, l’educazione rischia di ridursi a un insieme di regole funzionali alla performance: un sistema che promette risultati misurabili, standard di successo, modelli ideali da raggiungere. Il figlio diventa così un progetto da ottimizzare, più che una vita da accompagnare.

Ma è proprio qui, spiega Recalcati, che il discorso pedagogico è chiamato a ribaltarsi. “il discorso pedagogico standard è qui costretto a capovolgersi: non si tratta di applicare il sapere alla vita, di rendere la vita uniforme a quel sapere, ma, al contrario, si tratta di riconoscere come l’assoluta singolarità del soggetto coincida esattamente con il buco nella rete anonima del sapere universale”.

Quando una coppia di genitori si interroga sulle difficoltà di un figlio, allora, la questione non è trovare il giusto equilibrio tra regole e concessioni, tra frustrazione e gratificazione. La domanda decisiva è un’altra: quel figlio è stato davvero desiderato? È stato riconosciuto nella sua unicità, oppure vissuto come un problema da risolvere?

Perché, come sottolinea Recalcati, “quello che più conta nel processo di umanizzazione della vita è la fede dei genitori nel desiderio dei propri figli. E la prima forma che assume questa fede è nell’aver desiderato il proprio figlio, nell’avere voluto la sua esistenza, nel non averlo vissuto come un ingombro, come un peso superfluo o fastidioso. È, infatti, il desiderio dei genitori ad agganciare la vita del figlio all’ordine del senso. Quando invece questo desiderio è mancato o appare sovrastato da altre esigenze, il desiderio nella vita del figlio sembra non trovare iscrizione. In altre parole, più un figlio ha ereditato il desiderio dei suoi genitori, più il suo desiderio tenderà a rivelarsi come affermativo”.

L’amore genitoriale, allora, non coincide con il controllo né con la realizzazione di un progetto ideale. Un genitore ama davvero quando rinuncia a plasmare il figlio secondo le proprie aspettative, quando accetta che possa essere diverso, imperfetto, imprevedibile. Quando resta accanto non per dirigere, ma per sostenere, soprattutto nei momenti di caduta. Perché educare non significa addestrare, ma avere fede in una vita che chiede di trovare, da sola, il proprio senso.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto se stai educando per proteggere o per controllare? Se stai accompagnando un figlio nel suo desiderio o cercando, magari senza accorgertene, di guidarlo verso ciò che avresti voluto per te?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Condividere può aiutare altri genitori e insegnanti a riflettere e a non sentirsi soli davanti alla complessità dell’educare.



di VALENTINA TROPEA

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