Galimberti: "Per essere felici bisogna smettere di desiderare ciò che non possiamo essere". Riflessione su giusta misura, l’identità personale e il valore del percorso per realizzarsi
- La Redazione

- 21 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 22 mag
Da cosa nasce davvero la felicità? Un pensiero che mette in discussione modelli e aspettative contemporanee...

La vita ci mette spesso a dura prova, prospettandoci scelte difficili da compiere e situazioni altrettanto ardue alle quali far fronte, ma riuscire ad andare avanti, preservando il proprio equilibrio ed il proprio benessere, rialzandosi ed imparando ad essere felici, appare oggi più che mai un aspetto sul quale porre l’accento, sottolineando quanto sia importante non mollare mai.
Bisogna continuare a credere in se stessi alla luce di una forza interiore che non smetterà di supportarci anche quando tutto sembrerà solo apparentemente perduto. Ed allora “se è vero che nell’università di Harvard ed in quella di Wellington sono stati introdotti degli insegnamenti che hanno per oggetto la felicità e le modalità per conseguirla, la domanda che sorge spontanea è quella che si chiede se l’università, nella produzione e nella trasmissione del sapere, non abbia oltrepassato il suo limite, invadendo fin nelle sue pieghe più intime anche il mondo della vita.
Oppure se il tasso di solitudine, non senso, depressione, disperazione è così diffuso tra i giovani da mobilitare un intero corpo docente per insegnare loro, se non proprio ad essere felici, a creare le condizioni per l’accadimento della felicità”, così come ci spiega molto dettagliatamente ed accuratamente il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti.
La felicità, come tutte le esperienze, non può essere insegnata ma solo vissuta: “la felicità non è attingibile per via di sapere o riflessione, e questo è il motivo per cui l’uomo non ‘sa’ di essere felice, si ‘sente’ felice”. Si tratta di una “condizione dell'animo che è accessibile a qualsiasi essere umano a prescindere dalla sua ricchezza, dalla sua condizione sociale, dalle sue capacità intellettuali, dalle sue condizioni di salute. Non dipende dal piacere, dalla sofferenza fisica, dall'amore, dalla considerazione o dall'ammirazione altrui, ma esclusivamente dalla piena accettazione di sé, che Nietzsche ha sintetizzato nell' aforisma: «Diventa ciò che sei».
Sembra quasi un'ovvietà, ma non capita quasi mai, perché noi misuriamo la felicità, da cui scende il nostro buon o cattivo umore, non sulla realizzazione di noi stessi, che è fonte di energia positiva per quanti ci vivono intorno, siano essi familiari, colleghi, conoscenti, ma sulla realizzazione dei nostri desideri che formuliamo senza la minima attenzione alle nostre capacità e possibilità di realizzazione. Non accettiamo il nostro corpo, il nostro stato di salute, la nostra età, la nostra occupazione, la qualità dei nostri amori, perché ci regoliamo sugli altri, quando non sugli stereotipi che la pubblicità ci offre ogni giorno”, in tal modo il filosofo continua la sua ragguardevole disamina con forza e determinazione e senza alcuna esitazione.
Dunque solo realizzando se stessi si potrà essere realmente felici ma “per l’autorealizzazione occorre esercitare quella virtù capace di fruire di ciò che è ottenibile e di non desiderare ciò che è irraggiungibile. Quindi la ‘giusta misura’. ‘Katà Métron’, dicevano i greci, come contenimento del desiderio, della forza espansiva della vita che, senza misura, spinge gli uomini a volere ciò che non è in loro potere, declinando così il proprio ‘demone’, la propria disposizione interiore non nella felicità (eu-daimonia), ma nell’infelicità (kako-daimonia), che quindi è il frutto del malgoverno di sé e della propria forza, obnubilata dalla voluttà del desiderio”.
Ecco allora che la felicità si trasforma in una speciale virtù grazie alla quale poter guardarsi dentro, riscoprendo chi si è realmente, apprezzando ciò che si ha e non desiderando ciò che è irraggiungibile, perché per essere felici non bisogna omologarsi ma realizzare se stessi, secondo misura, non ambendo alla perfezione ma valorizzando le proprie passioni, riscoprendo i propri sogni e la capacità di esaudirli giorno dopo giorno senza mai arrendersi, senza mai desistere o rinunciare al proprio benessere interiore.
E tu, lettore che ci segui, quante volte nella vita hai inseguito ciò che sembrava perfetto dimenticando invece ciò che ti faceva stare davvero bene?
Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza: a volte la felicità non nasce da ciò che manca, ma dalla capacità di riconoscere ciò che siamo davvero.
di VALENTINA TROPEA




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L' essere felici no può prescindere dall' essere amato, stimato, benvoluto dagli altri.
L' essere felice o infelice non si basa sul raggiungere o meno,un obbiettivo, ma dal concetto dell' essere felice che cosa significhi.Quando una persona si sente felice?lo è quando si sente amato,colui che si sente amato è in grado a sua volta di trasmetterlo alle atre persone.Quando ti senti amato può crollare il mondo ma tu non vacilli mai ,in questo mondo fatto più dall' avere,dal dimostrare quello che non si è dove tutto in qualche modo è collegato al successo all' apparenza e al guadagno , bisogna imparare a fermarsi e meditare sul senso della vita
Il professore si perde in giri di concetti e parole ad effetto e si perde anche il senso che oggi più di prima è urgente. Bastava Toto' a sintetizzare il concetto della felicità: è un attimo di dimenticanza. Cosa dobbiamo dimenticare?...semplicemente una vita che non è eterna che ci sbatte in faccia , nella quotidianità il dramma della morte: è il tumore esistenziale. Se un individuo può da sé stesso azzerare questo dramma esistenziale si rechi sul pulpito più alto e lo insegni. Un uomo con le "visioni" i suoi sogni è morto e il terzo è risorto . Chi cerca trova e a chi bussa saChirà aperto ha detto.
Quell'uomo, che ha conosciuto il dramma esistenziale senza sconti, ha…
In gioventù ho cercato stupidamente la perfezione, rifacendomi a stereotipi e affidandomi al giudizio degli altri, senza esserne cosciente. Sicuramente per mancanza di fiducia in me stesso. Con l'esperienza e l'età mi sono reso conto del mio valore e della necessità in alcuni casi di andare anche controcorrente. Essere sé stessi ha un costo ma è indispensabile per la realizzazione personale ed una buona relazione con gli altri. Se questi non capiscono o non approvano l'importante è non tradirsi, occorre voltare pagina verso il prossimo che in qualche modo rappresenta lo specchio della tua anima. È sicuramente importante il rapporto con gli altri ma molto più importante il rapporto con sé stessi. Occorre individuare quali sono i ns limiti e…
L'articolo in realtà non risponde chiaramente ma rimanda ad un altra domanda: se non devo cercare ciò che è irraggiungibile,come faccio a sapere che cosa invece è raggiungibile? Se io voglio cose semplici ma non posso raggiungerle per problemi miei,allora queste cose semplici sono per me irraggiungibili? E perché dovrei rassegnarmi a non poter avere cose semplici che tanti possono fare?