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Pellai: “Abbiamo studenti che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra sbagliata: ovvero nel mondo virtuale”

Il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai ci spiega il perché è necessario invertire la rotta: meno iperstimolazione digitale e più lettura, scrittura, lentezza e relazione per recuperare l’attenzione...

"Noi – in questo momento – abbiamo studenti che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra sbagliata: ovvero nel mondo virtuale”.

Con queste parole incisive Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, richiama l'attenzione sul rapporto tra apprendimento, scuola e strumenti digitali. Velocità, video brevi e stimoli continui possono rendere più difficile concentrarsi, ascoltare una spiegazione, leggere un testo lungo o portare a termine un’attività che richieda pazienza.

Di fronte a queste difficoltà si sostiene spesso che la scuola debba adeguarsi alla mente degli studenti di oggi, aumentando immagini, video, schermi e stimoli digitali. Ma se fosse proprio quel linguaggio ad avere contribuito a rendere più fragili alcune delle capacità che oggi cerchiamo di recuperare?

Pellai individua una profonda contraddizione: “Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha provocato”. Si rischia così di rispondere alla perdita di attenzione con altri stimoli, alla difficoltà di concentrazione con maggiore velocità e alla frammentazione del pensiero con continui cambi di contenuto.

Attenzione, lettura, scrittura e ascolto hanno bisogno di esercizio, tempo e continuità. La scuola, secondo Pellai, dovrebbe quindi offrire anche ciò che fuori dall’aula rischia di diventare sempre più raro: silenzio, lentezza, attesa e possibilità di concentrarsi su una sola cosa. “Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico”.

Riportare bambini e ragazzi nel mondo analogico non significa eliminare la tecnologia, ma lasciare spazio a carta e penna, disegno, lettura, ascolto e attività che richiedano pazienza.

La lentezza non rappresenta un ostacolo all’apprendimento: è lo spazio nel quale l’apprendimento può diventare profondo. Pellai porta l’esempio della lettura ad alta voce. I docenti possono iniziare con sessioni brevi e prolungare gradualmente il tempo di ascolto, aiutando la classe a sviluppare una maggiore capacità di attenzione:

“Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti oggi ritengono difficilmente recuperabile”.

Lo stesso vale per i genitori. Recuperare l’attenzione non significa soltanto togliere uno schermo, ma proporre alternative: una storia letta insieme, un gioco, un disegno, una conversazione o un’attività manuale. Lo schermo può essere spento in un istante; l’attenzione, invece, deve essere ricostruita giorno dopo giorno. Il punto non è scegliere tra scuola analogica e scuola digitale, ma stabilire le priorità. La tecnologia può essere uno strumento, purché bambini e ragazzi sviluppino prima le capacità necessarie per non esserne condizionati.

Ed è proprio su questo rischio che Pellai usa le parole più dure: “Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo tempo”. La vera innovazione scolastica non consiste nel mettere uno schermo davanti a ogni studente, ma nel restituire ai ragazzi la capacità di stare, ascoltare, leggere, scrivere, immaginare e pensare con la propria mente.

Per te, lettore che ci segui, ritieni che nella scuola siano entrati troppi strumenti digitali? Hai notato nei tuoi figli o nei tuoi studenti una maggiore difficoltà nel mantenere l’attenzione o nello svolgere attività che richiedono pazienza?

Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.



di Katia Piemontese

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