Galimberti: “I bambini sono figli dell’educazione. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”. Quando una presenza può cambiare una vita
Aggiornamento: 26 ago
Il filosofo Umberto Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le parole e le relazioni...

Siamo abituati a pensare che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due, l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.
Prima di sapere chi siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”
Prima ancora di poter pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con la nascita.
Un bambino viene al mondo affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza. Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli restituisca lentamente un’immagine di sé.
“Infatti i bambini possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”
È difficile leggere queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.
Ci sono gli incontri, le parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli dell’educazione.”
Dunque, per Galimberti, non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.
Ed educare, allora, non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.
Una parola può restare per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.
E poi c’è l'amore. La relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non bastare più a spiegare ciò che gli accade.
Galimberti parla di follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós: il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori dalla nostra misura.
E proprio lì può accadere qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo: quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro, riemerge rigenerato.”
C’è un paradosso bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.
Ed è proprio questo che significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante gli altri, ma anche attraverso gli altri.
La famiglia, gli amici, gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.
E allora, se “l’uno nasce dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.
Per te, lettore che ci segui, chi saremmo stati se avessimo incontrato persone diverse? Ma ancora più profondamente: quanto di noi appartiene davvero a noi e quanto vive ancora nello sguardo di qualcuno che, un giorno, ci ha riconosciuti? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.
di Katia Piemontese




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Sono pensieri profondi e condivisibili al 100% quelle del professore, però io devo dire che se per una relazione difficoltosa dei genitori uno dei genitori viene tagliato fuori dallo Stato cosa succede con i bambini?!
Bambini che non vedono più i genitori, genitori che non vedono i bambini e non possono fare la loro parte nell’educazione dei propri figli.
Io vorrei uno Stato sociale diverso e non quello che divide e poi impera sulle rovine della famiglia. Immaginate quanti padri sono in Italia che non vedono e non vivono più i loro figli. Parliamo anche di questa ferita enorme, di questa cancrena sociale che molti non vogliono prendere in considerazione per comodità di non entrare in collisione con “lo scoglio”
Quando una persona ha la fortuna d’incontrarne un’altra , quella che la RICONOSCE , è veramente difficile comprendere quanto possediamo realmente di nostro e quanto invece è il frutto di essere cresciuto insieme all’altro con grandissima complicità e piacevole intesa.Questo a me è capitato ,e il distacco dall’altro è stato dolorosissimo , lunghissimo, faticosissimo.
E , quando una madre cura il figlio senza affetto e dolcezza, cosa succede?
È proprio così l'io nasce e rinasce grazie al noi e quella che può apparire come una ferita ovvero la nascita, lo strappo alla relazione, diviene invece una trasformazione necessaria, un' evoluzione dell' identità che conserva l'immagine del noi.
È così anche per la fede cristiana: Dio è per noi una relazione, un' incontro, un dialogo incessante che plasma la nostra identità ed ogni ferita può diventare un luogo che Dio trasforma in meglio
Si nasce in due. E' vero. Mia madre e' stato il mio tormento. Non so' ancora perché' le persone mettono al mondo i figli per fare loro pagare le loro frustrazioni. E' la persona che amo di piu' ma mi invalidato la vita. Non si scelgono le mamme ma a volte si subiscono. Era il mio destino. Grazie.