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Galimberti: “Ai giovani è stato tolto il futuro”. Andrà tutto bene? No, ma famiglia e scuola possono ancora fare la differenza

Aggiornamento: 23 apr

Galimberti spiega perché il problema non è la fragilità dei ragazzi, ma ciò che non trovano più davanti a loro...

“Ai giovani è stato tolto il futuro.” Non è una provocazione, ma la diagnosi netta del filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti. Il punto non è la fragilità dei ragazzi ma ciò che non trovano più davanti a loro. "Cosa vuol dire? Che io a 21 anni insegnavo in un liceo Storia e Filosofia in sostituzione di una professoressa che era andata in gravidanza a rischio.

Quindi il futuro era lì davanti ad aspettarmi. Perché hanno chiamato uno studente che non era neanche laureato a fare il supplente? Perché non c’erano filosofi. Oggi, se uno si laurea in filosofia, la prima cosa che deve sapere è che non insegnerà mai filosofia. Questo significa togliere il futuro.  Per cui padri e nonni non devono dire ai loro figli "ai miei tempi", perché i loro tempi — che sono i miei — erano tempi fortunatissimi: il futuro era lì ad aspettarci. A loro non li aspetta proprio niente”.

In queste parole di Galimberti leggiamo un nuovo punto di osservazione: non è la fragilità dei ragazzi il problema principale, ma ciò che li circonda. Non è una questione solo psicologica, ma culturale, radicata in una società che fatica a offrire prospettive reali.

Il suo esempio personale non è un semplice ricordo, ma una fotografia di un tempo in cui il futuro era concreto, quasi tangibile. Non servivano promesse, né rassicurazioni: bastava guardare avanti per intravedere una possibilità. Oggi, invece, quel percorso appare incerto, spesso irraggiungibile.

Ed è proprio qui che nasce la frattura. Se un giovane non riesce a vedere uno sbocco, se non percepisce che ciò che studia potrà tradursi in una vita reale, viene meno la motivazione. Non si tratta di mancanza di volontà, ma di assenza di orizzonte. E allora la domanda cambia: non cosa non funziona nei ragazzi, ma cosa è cambiato nel mondo che abbiamo costruito per loro.


Un tempo, studiare significava aprire una strada. Oggi, troppo spesso, significa accettare in partenza un limite. È qui che si consuma una frattura silenziosa: tra chi ha potuto immaginare il proprio domani e chi, invece, fatica persino a intravederlo.

Per questo l’invito è chiaro: smettere di raccontare ai giovani un passato che non può più essere il loro riferimento. Perché quel confronto, invece di motivare, rischia di aumentare la distanza e alimentare un senso di inadeguatezza.

Quando il futuro smette di essere una possibilità concreta e diventa un’incognita permanente, anche il desiderio si indebolisce. E senza desiderio, ogni percorso perde significato.

“Che la smettano di dire che l’intelligenza artificiale crea nuovi lavori. Più la tecnica avanza, più i posti diminuiscono. Il lavoro attiva un uomo, sviluppa la mente, crea relazioni. E quando perdi la socializzazione, che uomo sei?” Con queste parole, Umberto Galimberti allarga ulteriormente la riflessione e sposta l’attenzione su un punto ancora più profondo. Il tema non è solo il lavoro che cambia, ma ciò che rischia di perdersi nel processo. Il lavoro, infatti, non è soltanto una fonte di reddito. È anche relazione, confronto, presenza. È uno spazio in cui si costruiscono legami, si sviluppa il pensiero, si misura se stessi con gli altri.

Quando questo spazio si riduce o si svuota, non viene meno solo un ruolo sociale, ma una parte essenziale dell’esperienza umana. È qui che la riflessione diventa più netta: senza occasioni di incontro, senza contesti in cui riconoscersi e confrontarsi, anche l’identità rischia di indebolirsi.

E allora la questione non è più solo economica o tecnologica, ma profondamente umana. Perché se cambia il modo in cui lavoriamo, cambia anche il modo in cui viviamo insieme. E, come suggerisce il filosofo, è proprio nella perdita di socialità che si nasconde uno dei rischi più grandi del nostro tempo.

Non basta dire ai ragazzi che “andrà tutto bene”, né invitarli ad avere fiducia senza offrire appigli concreti. Il futuro va reso visibile. In un insegnante che trasmette curiosità, in una famiglia che non spegne i sogni per paura, in adulti che non hanno smesso di interrogarsi sul senso delle proprie scelte: è da qui che può nascere la motivazione. Perché nessun giovane può desiderare ciò che non riesce nemmeno a immaginare.

E tu, lettore che ci segui, pensi che oggi i ragazzi abbiano davvero un futuro davanti? Cosa dovrebbe cambiare, secondo te, nella famiglia e nella scuola per restituire loro motivazione e prospettive?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza, anche in forma anonima. Il tuo punto di vista può aiutare altri a riflettere.




di Leandro Castagna

15 commenti


Ospite
26 apr

I genitori che non si prendono più la responsabilità di esserlo. Essere genitori significa anche far riflettere i ragazzi sulle possibilità che effettivamente ci sono in questo tempo. Invece sono circondata da genitori che sono solo capaci di dire SÌ a qualunque cosa per paura che un giorno possa arrivare un rinfaccio. Il rinfaccio se arriva ce lo teniamo perché fa parte della responsabilità di essere genitore

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Patrizia
25 apr

A mio avviso se i ragazzi tornano a valorizzare e applicarsi ai lavori manuali l’IA non fa più oscura…

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Ospite
24 apr

Per rendere l'interesse dei ragazzi verso qualsivoglia argomento e necessario prospettare loro la possibilità futura di sistema applicativo reale e non soltanto ipotetico con riferimento allo studio che si sta facendo.(Spazi di applicabilità concreti).

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Riccardo
22 apr

Il problema è reale, lo sto vivendo io con 2 figli di 34 e 29 anni. Per non parlare poi di un futuro pensionistico, che indicare aleatorio è un eufemismo. Ma è anche vero che le prospettive bisogna crearle, ossia, per un giovane, valutare oggi IN COSA POSSO ESSERE UTILE ALLA SOCIETÀ ODIERNA E A QUELLA DI DOMANI? Le risposte ovviamente ci sono, la realtà è che i GIOVANI hanno difficoltà a incanalarsi in percorsi che non perseguono le relative aspettative. Fortunato oggi è chi riesce a far coincidere ASPETTATIVE PERSONALI e PROSPETTIVE DI SVILUPPO.

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Guglielmo
22 apr

Concordo pienamente con il professor Garimberti,oggi hanno tolto il futuro ai giovani,con uno Stato che non si preoccupa di mettere in campo delle politiche adeguate per il lavoro che dia dignità e futuro soprattutto ai giovani e non solo.

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