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Fenomeno delle “baby gang”, cos'è davvero e cosa dicono i dati? Tra cronaca e ricerca

11 ago
Tempo di lettura: 3 min

Dai fogli di via emessi sul litorale romagnolo agli studi dell'Università di Bologna e di Transcrime: un'analisi del fenomeno tra episodi di cronaca, dati scientifici e...

Ogni estate, sul litorale di Rimini, Riccione e Cattolica, arrivano treni carichi di ragazzi provenienti da fuori regione, soprattutto dalla Lombardia e dall'entroterra emiliano. Cercano una serata di divertimento a basso costo. È proprio in questi spostamenti temporanei, spesso descritti nel dibattito pubblico e negli ambienti della sicurezza come "pendolarismo della devianza", che si concentrano gli episodi più tesi di piccola criminalità nei pressi delle spiagge e dei lungomare.

Le autorità rispondono con strumenti amministrativi: in una sola operazione coordinata sul litorale riminese sono stati emessi 22 fogli di via, con divieto di ritorno per tre anni, nei confronti di altrettanti giovani non residenti sorpresi a compiere furti e aggressioni ai danni di turisti e coetanei. La ricerca si concentra sul territorio romagnolo, ma queste ricerche possono far nascere riflessioni che abbracciano il problema a livello nazionale.

Questi episodi esistono e richiedono una risposta sul piano della sicurezza. Tuttavia, trasformarli nell'immagine di un'emergenza nazionale delle "baby gang" rischia di offrire una rappresentazione parziale del fenomeno. 


È proprio su questo punto che gli studi invitano a una lettura più prudente. Uno studio dell'Università di Bologna, condotto dalla docente Rossella Selmini e dalla ricercatrice Stefania Crocitti e intitolato "Bande giovanili" di strada in Emilia-Romagna tra marginalità, devianza e insicurezza urbana, mostra come la rappresentazione mediatica della criminalità minorile risulti sproporzionata rispetto ai dati realiI reati commessi dai minorenni erano già in calo prima della pandemia. L'aumento registrato negli ultimi anni, concentrato soprattutto nella fascia tra i 14 e i 17 anni, viene descritto dalle ricercatrici come un rimbalzo fisiologico legato alla fine dei lockdown, non come una crescita del crimine giovanile.



Anche la parola "gang" va usata con cautela, secondo il rapporto nazionale Le Gang Giovanili in Italia, realizzato dal centro di ricerca Transcrime insieme al Ministero dell'Interno e al Ministero della Giustizia. Il ricercatore Marco Dugato spiega che questi gruppi non hanno una struttura verticale né un'organizzazione stabile: sono aggregazioni informali e mutevoli. La provenienza etnica, pur presente nel dibattito pubblico, non è il fattore che spiega la loro formazione. I ragazzi si uniscono perché frequentano gli stessi luoghi e condividono una condizione simile di marginalità economica e sociale. Nella maggior parte dei casi si tratta di minorenni italiani o di seconda generazione, ben integrati nel territorio, che commettono reati occasionali come piccoli furti, atti di vandalismo o risse nate per motivi di prestigio tra coetanei.


Dietro ai numeri, però, resta un problema che riguarda la crescita di questi ragazzi. Il senso di esclusione, la sensazione di non avere un futuro definito, l'isolamento sociale aggravato dagli anni delle restrizioni sanitarie: sono questi gli elementi che, secondo gli studiosi, spingono molti adolescenti a cercare nei gruppi di strada un'identità e un'appartenenza che non trovano altrove. Il monitoraggio della Regione Emilia-Romagna e le testimonianze raccolte dagli educatori di strada confermano che la devianza giovanile è spesso il sintomo di una mancanza di ascolto, di famiglie in difficoltà e di città prive di spazi di aggregazione gratuiti.

Le forze dell'ordine restano necessarie per garantire la sicurezza di residenti e turisti. Ma secondo chi studia il fenomeno da vicino, la sola repressione non basta a incidere sulle cause profonde della devianza giovanile. Ricostruire fiducia nelle istituzioni e offrire ai ragazzi luoghi concreti di aggregazione, educazione e partecipazione rappresentano, secondo gli studiosi, alcuni degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio che noia, marginalità e isolamento si trasformino in violenza.

di Leandro Castagna


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