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Dacia Maraini: "La scuola è stata dissacrata. Professori pagati troppo poco, bisogna investire nell’istruzione”

La scrittrice denuncia la perdita di autorevolezza degli insegnanti e il ridimensionamento del ruolo educativo della scuola: “Bisogna tornare a darle sacralità e importanza”.

“La scuola è stata dissacrata. E questo non dipende dai docenti ma dal potere e dalle sue tante riforme sbagliate”. Il declino di una società può iniziare anche quando smette di riconoscere il valore dei propri maestri. Le parole pronunciate da Dacia Maraini richiamano l'attenzione sulla realtà scolastica del nostro tempo. Oggi l'istruzione sembra aver perso parte del suo ruolo di guida, schiacciata da una burocrazia che cambia continuamente regole e direzioni senza sempre ascoltare le reali necessità di chi vive ogni giorno tra i banchi.


Il primo, evidente sintomo di questo disinteresse istituzionale si legge nelle buste paga. “I professori sono pagati troppo poco, e non è solo un discorso economico: bisogna investire sulla scuola”, osserva l'autrice. In una società moderna, il valore che si attribuisce a un mestiere si riflette anche nella sua retribuzione. Se lo Stato decide di riconoscere ai propri educatori un compenso modesto, finisce per trasmettere alle nuove generazioni un messaggio implicito: la cultura, lo studio e la crescita umana non sono elementi centrali, ma aspetti secondari. Non è soltanto una questione di sopravvivenza economica, tema oggi estremamente attuale, ma anche e soprattutto di dignità e riconoscimento sociale.

Quando viene meno l’attenzione verso le figure legate all’educazione e alla cultura, si indebolisce l'intero sistema delle relazioni umane. “Prima era impensabile che uno studente aggredisse un professore o che questi potesse temere di continuo le denunce delle famiglie, ma semplicemente perché veniva riconosciuta autorevolezza a un’istituzione fondamentale nella costruzione della società”, ricorda la scrittrice. Oggi assistiamo a un capovolgimento che un tempo era impensabile. Molti genitori, spinti dalle proprie ansie o dal desiderio di vedere i figli sempre vincenti, si trasformano in avvocati difensori, pronti a contestare un brutto voto come se fosse un'ingiustizia intollerabile.

In questo modo, però, non proteggono realmente i ragazzi, ma rischiano di privarli della possibilità di confrontarsi con i propri errori e imparare dalle frustrazioni, trasformando l'insegnante da guida e alleato a ostacolo da abbattere.

Per ricucire questo strappo, occorre allora restituire alla scuola il suo autentico ruolo educativo: non può essere soltanto un luogo in cui si trasmettono nozioni, ma anche e soprattutto uno spazio in cui i giovani imparano ad assumersi responsabilità, confrontarsi con gli altri e affrontare gli inevitabili ostacoli della crescita. “Dobbiamo ritornare a dare sacralità e importanza alla scuola», avverte l'autrice, spiegando che "quando si creano progetti bisogna dare loro la possibilità di inventare, non offrire una conoscenza che cade dall’alto”.

I ragazzi hanno bisogno di partecipare, di esplorare le proprie passioni e di sentirsi protagonisti di un percorso che li aiuti a sviluppare autonomia e consapevolezza.

Ma il valore della scuola non si misura soltanto nella capacità di trasmettere conoscenze. Quando viene meno un luogo capace di educare al confronto, alla responsabilità e alla relazione con gli altri, le conseguenze possono riflettersi anche sul modo in cui i giovani affrontano la realtà che li circonda. Un'aula vissuta come spazio di partecipazione e dialogo può diventare uno dei principali argini contro l'isolamento, l'incapacità di riconoscere l'altro e quelle derive che, nei casi più estremi, possono sfociare nella violenza.

Proprio su questo tema si è soffermata Dacia Maraini nel suo intervento davanti ai giovani del Giffoni Film Festival, rilanciato dall'agenzia Ansa. “La violenza non si controlla con la prigione o i braccialetti. Occorre imparare a relazionarsi con l’altro, metabolizzando un concetto semplice: non è un nemico”. La scrittrice richiama così una delle funzioni più profonde dell'educazione: insegnare ai ragazzi a riconoscere nell'altro una persona, non una minaccia. Un compito che non può essere affidato soltanto alle famiglie, ma che richiede anche una scuola capace di recuperare autorevolezza, fiducia e capacità di guidare le nuove generazioni.




di Leandro Castagna

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