Diventare grandi è molto più difficile che diventare adulti, quella difficile conquista che chiamiamo maturità
- La Redazione

- 17 lug
- Tempo di lettura: 3 min
"Attraverso il pensiero di Jean Piaget, una riflessione sull'illusione di conoscere sé stessi e sulla lunga strada che conduce alla consapevolezza..."

“Si sa che tutti noi ci facciamo delle illusioni su noi stessi e che la conoscenza del proprio io è la più difficile fra tutte.”
C'è una convinzione che accompagna ogni essere umano fin dall'infanzia: quella che, crescendo, diventeremo automaticamente più maturi. Da bambini immaginiamo il mondo degli adulti come il luogo della sicurezza, dell'autonomia, della capacità di decidere. Poi arrivano gli anni, le responsabilità, il lavoro, una famiglia, e scopriamo una verità molto meno rassicurante: il tempo ci fa diventare adulti, ma non necessariamente maturi.
Basta osservare la vita quotidiana.
Quante persone non riescono mai ad ammettere un errore? Quanti conflitti nascono perché ciascuno è convinto di possedere la verità? Quante volte attribuiamo al partner, ai figli, ai colleghi o agli amici la responsabilità di ciò che non funziona, senza interrogarci sul ruolo che abbiamo avuto noi? L'età adulta arriva per tutti. La maturità, invece, è una conquista.
Ed è proprio qui che il pensiero di Jean Piaget continua a sorprenderci. Sebbene sia ricordato soprattutto come il grande studioso dello sviluppo infantile, molte delle sue intuizioni sembrano descrivere con impressionante precisione anche il comportamento degli adulti.
Scrive infatti: “Lo spirito incolto, come il fanciullo, non ne sa nulla. Egli crede di conoscersi, e lo crede proprio nella misura in cui si ignora.” Il "fanciullo" di cui parla Piaget non coincide semplicemente con il bambino. È una condizione mentale che può accompagnarci per tutta la vita. È quella parte di noi che continua a guardare il mondo esclusivamente dal proprio punto di vista, convinta che le proprie emozioni coincidano con la realtà e che il proprio giudizio sia necessariamente quello corretto.
È un atteggiamento molto più diffuso di quanto immaginiamo. Lo incontriamo nelle discussioni di coppia, quando l'obiettivo non è capire, ma avere ragione. Lo vediamo nel rapporto tra genitori e figli, quando le aspettative personali vengono confuse con il bene dell'altro. Lo osserviamo sul lavoro, dove ogni critica viene vissuta come un attacco personale. E lo ritroviamo ogni giorno nei social network, trasformati sempre più spesso in luoghi in cui si parla molto e si ascolta pochissimo. Il problema nasce quando quel modo di guardare il mondo non viene mai completamente superato.
Anche l'adulto può continuare a interpretare la realtà attraverso il filtro esclusivo delle proprie paure, delle proprie convinzioni e delle proprie aspettative, finendo per attribuire agli altri intenzioni che spesso esistono soltanto nella propria mente. Quante discussioni nascono perché leggiamo nei gesti altrui ciò che in realtà appartiene alle nostre insicurezze? Quante incomprensioni si alimentano perché scambiamo le nostre emozioni per fatti oggettivi?
Per questo Piaget arriva a una definizione dell'oggettività che conserva ancora oggi una sorprendente attualità: “L'oggettività consiste nel conoscere così bene le molteplici intrusioni dell'io nel pensiero quotidiano e le mille illusioni che ne derivano – illusioni dei sensi, del linguaggio, dei punti di vista, dei valori – che, prima di azzardare un giudizio, bisogna iniziare liberandosi dagli ostacoli dell'io.”
Sono parole che sembrano scritte per il nostro tempo.
Viviamo in una società in cui tutti esprimono continuamente opinioni, ma sempre meno persone esercitano il dubbio. Siamo rapidissimi nell'individuare gli errori degli altri e molto più lenti nel riconoscere i nostri.
È forse questa una delle contraddizioni più evidenti della contemporaneità.
Forse è proprio qui che si misura la differenza tra crescere e maturare. Diventare grandi non significa smettere di sbagliare. Significa imparare che il nostro punto di vista non esaurisce la realtà.
Significa accettare che l'altro possieda una storia, emozioni e ragioni che non coincidono con le nostre. Per Piaget crescere significa uscire progressivamente dall'egocentrismo: non accumulare conoscenze, ma imparare a confrontarsi con gli altri e riconoscere che il proprio sguardo è solo uno dei tanti possibili.
Per questo scrive: “La storia dello sviluppo intellettuale del fanciullo è, in buona parte, la storia della progressiva socializzazione di un pensiero individuale, dapprima refrattario all'adattamento sociale, poi sempre più penetrato dalle influenze adulte del suo ambiente.”
È una frase che va ben oltre la psicologia dell'infanzia. È forse una definizione della maturità. Diventare adulti non significa semplicemente accumulare esperienze, ottenere un lavoro, costruire una famiglia o vedere passare gli anni. Significa imparare, lentamente, a uscire da sé stessi. Significa comprendere che gli altri non sono semplici comparse della nostra storia, ma persone con una prospettiva, una sensibilità e una verità che meritano di essere ascoltate.
In fondo, crescere è questo. Non smettere mai di mettere in discussione le proprie certezze. Perché il giorno in cui crediamo di conoscerci perfettamente è forse il giorno in cui abbiamo smesso di crescere. E la vera maturità, come ci insegna Piaget, non consiste nell'avere tutte le risposte, ma nel conservare il coraggio di continuare a farsi domande.
di Leandro Castagna




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