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Chiama “cicciona” la figlia di 11 anni, padre condannato per maltrattamenti. Nessun bambino dovrebbe crescere con la paura al posto dell’amore

Si tratta di una vera e propria forma di bullismo psicologico e verbale, che nel tempo si è sottovalutata perché cresceva silente nelle mura domestiche, ad oggi però non è più così...

«Cicciona, fai schifo! Susciti repulsione in me e in chi ti guarda» furono queste le parole che un padre rivolse alla figlia di 11 anni in sovrappeso. La vicenda è accaduta qualche anno fa, ma con una sentenza del 15 settembre la Corte di Cassazione ha stabilito che questo genere di parole offensive, anche se rivolte a familiari, possono integrare il reato di maltrattamenti.

Si tratta di una vera e propria forma di bullismo psicologico e verbale, che nel tempo si è sottovalutata perché cresceva silente nelle mura domestiche, ad oggi però non è più così. Questo genere di parole possono ledere profondamente la personalità di un giovane in piena crescita e possono inoltre essere motivo di ripercussioni sul suo futuro. Ciò che ha fatto, inoltre, scattare la condanna per “maltrattamenti in famiglia” è stata l’assiduità con la quale queste parole venivano utilizzate, come si può leggere dalla sentenza:

“manifestato il proprio disprezzo per le condizioni fisiche e le capacità relazionali della bambina, alla quale rivolgeva, con continuità, frasi denigratorie, ferendone la personalità e provocando un regime di vita svilente, anche considerato la particolare vulnerabilità della stessa, all’epoca undicenne”. 

La vicenda è accaduta nel 2020, anche la testimonianza della madre della ragazzina non ha lasciato altra scelta ai giudici. La donna probabilmente separata, per motivi lavorativi o personali, dal padre della bambina ha dichiarato che le visite da parte dell’uomo erano sempre un’occasione per denigrarla, anche la sorella dell’imputato lo descrive come un uomo dall’insulto facile, mentre i servizi sociali hanno riportato nei verbali il disprezzo che nutriva per l’aspetto estetico della figlia. Inoltre, dalle indagini è emerso che nel 28 luglio 2020, la violenza non si fermò solo a quella verbale, ma in un’occasione il padre picchiò l'11enne sempre per le stesse ragioni. 

La sentenza della Cassazione non è solo la conclusione di una vicenda giudiziaria, ma un segnale chiaro: le parole, soprattutto quando rivolte a un bambino, hanno un peso che può ferire quanto e più di un gesto violento. Riconoscere gli insulti ripetuti come maltrattamenti significa affermare che il rispetto, prima ancora dell’amore, è la base dell’educazione. E che il ruolo di un genitore non può mai trasformarsi in una condanna per chi cresce. Ai ragazzi che subiscono insulti o violenze dentro le mura di casa va ricordato che non sono soli né colpevoli di ciò che accade. Le parole che feriscono non definiscono il loro valore: chiedere aiuto, parlarne con un adulto di fiducia o con le istituzioni può aprire la strada a una vita diversa, fatta di rispetto e di dignità. Nessun/a bambina/o dovrebbe crescere con la paura al posto dell’amore.


di NATALIA SESSA

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