Insegnanti indagate per presunti comportamenti lesivi ai danni di un bambino con disturbo dello spettro autistico:il CNDDU richiama alla tutela dei diritti e alla centralità dell’inclusione scolastica
- La Redazione

- 52 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min
Sulla vicenda che coinvolge due docenti indagate per presunti comportamenti lesivi nei confronti di un alunno con disturbo dello spettro autistico, il CNDDU richiama...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda riflessione e viva preoccupazione rispetto ai risultati del recente sondaggio diffuso da Skuola.net, realizzato attraverso i propri canali social su un campione di oltre mille studenti italiani, secondo cui il 50% dei partecipanti si dichiarerebbe favorevole all’introduzione di punizioni corporali contro gli autori di atti di bullismo, prendendo come riferimento il modello adottato a Singapore nei casi ritenuti più gravi.
L’altro 50% si è invece espresso in senso contrario, sostenendo che “la violenza non si cura con la violenza” e definendo tali pratiche un “ritorno al Medioevo”.
Il dato non può essere archiviato come una semplice provocazione giovanile né interpretato superficialmente come nostalgia dell’autoritarismo. Esso rappresenta piuttosto un indicatore culturale e sociale estremamente significativo: una parte crescente degli adolescenti sembra non sentirsi più realmente protetta dagli strumenti educativi tradizionali e manifesta una sfiducia profonda nella capacità delle istituzioni scolastiche di intervenire in modo efficace contro il bullismo e le dinamiche di sopraffazione.
Secondo gli ultimi dati ISTAT, pubblicati nel 2025 e riferiti al 2023, il 68,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subito almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline, nei dodici mesi precedenti. Il 21% riferisce episodi ripetuti più volte al mese, mentre circa l’8% subisce atti di bullismo almeno una volta a settimana. Numeri di tale portata descrivono non un’emergenza episodica, ma una condizione relazionale diffusa che incide profondamente sulla salute emotiva, sulla fiducia sociale e sulla qualità della vita scolastica di migliaia di giovani.
Altre ricerche recenti confermano questo clima di crescente insicurezza. Un’indagine promossa da SOS Villaggi dei Bambini rileva che otto adolescenti su dieci considerano la violenza tra coetanei un problema grave, mentre solo poco più della metà dichiara di sentirsi realmente al sicuro a scuola. Parallelamente, diverse rilevazioni mostrano come molti studenti percepiscano note disciplinari, sospensioni e richiami formali come strumenti inefficaci, incapaci di produrre reali cambiamenti nei comportamenti aggressivi.
È dentro questo contesto che deve essere interpretato il consenso verso misure punitive estreme. Quando un ragazzo arriva a ritenere accettabile una punizione fisica, non sta necessariamente esprimendo adesione alla violenza; spesso sta manifestando il bisogno di vedere finalmente riconosciuta la sofferenza delle vittime, ristabiliti i confini e riaffermata la presenza autorevole degli adulti. La richiesta implicita non è tanto quella di colpire, quanto quella di essere protetti.
Il bullismo, infatti, non nasce nel vuoto. Si sviluppa in ambienti segnati da fragilità relazionali, difficoltà nella gestione delle emozioni, impoverimento dell’empatia e crescente esposizione a modelli comunicativi aggressivi. In molti casi la sopraffazione diventa una forma distorta di ricerca di potere, riconoscimento o appartenenza. Al tempo stesso, chi subisce violenza sperimenta frequentemente vergogna, isolamento, perdita di autostima e senso di invisibilità. Le ferite prodotte dal bullismo non sono soltanto sociali: incidono profondamente sulla costruzione dell’identità, sulla fiducia negli altri e sulla percezione del proprio valore personale.
di La Redazione




.jpg)
.jpg)


















%20(2).jpg)
.jpg)

%20(2).jpg)


















.jpg)
Commenti