Falcone: "Contano le azioni, non le parole". La lezione che la scuola non deve dimenticare
- La Redazione

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
Il 23 maggio 1992 la strage di Capaci spezzò la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. A distanza di anni, il loro esempio continua a rappresentare una lezione di legalità e responsabilità per le nuove generazioni...

«Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole». A distanza di anni dalla strage di Capaci, le parole di Giovanni Falcone continuano a rappresentare una delle lezioni civili più forti lasciate al nostro Paese. Non solo magistratura e lotta alla mafia, ma responsabilità, coraggio e senso dello Stato. Ed è proprio per questo che il 23 maggio non può diventare soltanto una ricorrenza: deve restare memoria viva, soprattutto nelle scuole.
Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, di ritorno da Roma, atterrano a Palermo con un volo partito da Ciampino. Ad attenderli ci sono le auto blindate della scorta, gli uomini che ogni giorno proteggevano il magistrato dopo il fallito attentato dell’Addaura. Pochi minuti dopo, all’altezza dello svincolo di Capaci, una violentissima esplosione squarcia l’autostrada e uccide Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Quella strage segna per sempre la storia italiana. Ma paradossalmente rappresenta anche l’inizio della fine per Cosa Nostra. Palermo si risveglia, migliaia di persone scendono in piazza e il Paese comprende che non è più possibile restare in silenzio. Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, la mafia colpisce ancora uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Due ferite che cambiano profondamente la coscienza civile dell’Italia.
Negli anni la lotta alla mafia è andata avanti grazie al lavoro della magistratura, delle forze dell’ordine e di tutti coloro che hanno continuato a credere nello Stato. Ma la vera sfida resta culturale. Ed è qui che il ruolo della scuola diventa fondamentale.
Parlare di Falcone non significa soltanto ricordare una strage o una data impressa nei libri di storia, ma trasmettere ai giovani il valore della legalità, della responsabilità e del coraggio di scegliere da che parte stare. Per questo il 23 maggio non dovrebbe mai essere vissuto come un momento formale o una semplice commemorazione. Deve essere un giorno capace di lasciare qualcosa, anno dopo anno, soprattutto nei ragazzi. Perché Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani non vivono soltanto nel ricordo, ma nei gesti quotidiani di chi continua a credere nella giustizia, nella libertà e nel rispetto delle regole. Ed è forse proprio questa l’eredità più grande lasciata dal giudice Falcone: ricordarci che le parole da sole non bastano. Servono azioni, responsabilità e scelte concrete. Proprio come lui stesso aveva insegnato: «Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole».
di Claudio Castagna




.jpg)
.jpg)


















%20(2).jpg)
.jpg)

%20(2).jpg)






















.jpg)
Commenti