Tupini: "Arriviamo al punto di non sentire più niente e, a volte, di non sapere nemmeno quello che vogliamo. Al punto che se ci dicono: "Scegli qualcosa", non sappiamo scegliere"
Aggiornamento: 23 ago
La psicologa Gabriella Tupini ci spiega come riprendere in mano la nostra vita...

"Perdiamo talmente tanto il diritto di esistere e la bellezza di esistere che non tiriamo più fuori i nostri sentimenti, li lasciamo sepolti perché tanto sappiamo che non vanno bene". Da dove nascono la nostra insicurezza, la scarsa voglia di esporci e quel restare sempre un passo indietro per paura del giudizio altrui? Una parte della risposta può trovarsi nel modo in cui siamo stati cresciuti o, come afferma la psicologa Gabriella Tupini, nel tipo di identità che ci è stata attribuita.
"La nostra prima identità ce la danno i genitori. Ci dicono: "Sei bello, sei bravo, sei intelligente, sei carina, sei simpatico", e ci danno un'identità positiva. Oppure: "Sei stupido, devi stare zitto, rompi le scatole". Anche questa è un'identità , negativa, ma è un'identità". Dalle parole dei nostri genitori nasce la nostra autostima, la nostra capacità di abitare il mondo, di gestire emozioni e situazioni. Quando le parole dei nostri genitori sono state distruttive e non costruttive, facciamo fatica a vivere, a trovare la nostra vera dimensione oppure viviamo ma con una "mancanza di identità".
Questa identità negativa anestetizza le nostre emozioni. Pensiamo che non siano importanti, iniziamo a metterci in secondo piano e arriviamo a non riconoscere più ciò che desideriamo: "E allora arriviamo al punto di non sentire più niente, e a volte di non sapere nemmeno quello che vogliamo. Al punto che se ci dicono: "Scegli qualcosa", non sappiamo scegliere".
Ed è qui che possiamo fare un esempio pratico. Ci troviamo al ristorante con una compagnia di amici oppure con il nostro partner, arriva il momento di scegliere la nostra portata, ma iniziamo a dire: “Per me è uguale”, “Scegli tu”, “Va bene qualsiasi cosa”.
Quella che può sembrare una semplice capacità di adattarci nasconde, a volte, la paura di esporci. Chi ci siede accanto potrebbe interpretarla come scarso interesse o semplice indecisione, ma in realtà può trattarsi di una paura travestita. Infatti, continua Tupini: "l'altro si arrabbia perché dice: "Come è possibile che non sai scegliere? Una cosa la dovrai scegliere, una cosa ti piacerà di più". Ma non c'è niente che gli piace di più, non sa scegliere fra due cose e la gente non lo capisce. Deve avere un suggerimento da qualcuno che gli dica cosa scegliere. Lui non sente quasi più nulla ".
Ma cosa può salvarci da questi fraintendimenti? Cosa possiamo fare per evitare che gli altri continuino a scegliere per noi e per la nostra vita? Il dialogo può aiutarci a chiarire ciò che gli altri non riescono a comprendere. Ammettere prima a noi stessi, e poi alle persone che ci stanno accanto, le nostre paure è un primo passo per provare a uscire da questo vortice. Per iniziare a essere timonieri della nostra vita, le nostre parole devono tornare a contare e ciò che desideriamo deve avere importanza. Siamo noi che dobbiamo sceglierci ogni giorno, altrimenti rischiamo di lasciare che siano sempre gli altri a farlo al nostro posto. Le decisioni sulla nostra vita affidate continuamente agli altri possono condurci facilmente verso l’infelicità.
Per te, lettore che ci segui, c'è stato un momento della tua vita in cui hai lasciato scegliere gli altri al posto tuo? Quando hai capito che dovevi dare maggiore importanza a ciò che sentivi e desideravi?
Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti.
di Natalia Sessa




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En mi caso un convivente critica todo lo que hago, lo que pretendo escoger en la mesa, el vestido q me tengo que poner...fui una esposa amada y considerada x mi esposo, EPD; una profesional repetada y lider en mis colectivos, una mujer elegante, d buen gusto y culta en los protocolos. Porque me opacan o me silencian a mis 77 años?
Ho iniziato da grande a capire chi sono e cosa desidero realmente... Secondo me bisognerebbe sempre fare un analisi di se stessi e soprattutto essere onesti con se stessi.. Non tutti nasciamo nelle famiglie perfette o abbiamo parenti e amici perfetti.. non colpevolizzo nessuno.. Io ci sono riuscita e ne sono fiera
Ho capito tardi chi volevo essere, nel frattempo sono diventata anche madre e realizzare il mio sogno, sta diventando sempre più difficile. Per tanti anni, ho cercato di assecondare le aspettative dei miei genitori e non ci sono nemmeno riuscita, perché ero brava, ma per loro, non come mia sorella. Per mio padre era più facile dirmi "fa' ciò che ha fatto tua sorella", è stato il mio mantra per tutta l' infanzia, l'adolescenza e buona parte dell'età adulta. Il risultato è che oggi sono precaria, nonostante abbia studiato molto, non ho ancora trovato il mio posto nel mondo e mi sento stanca, di una stanchezza che non si risolve con il riposo.
Le affermazioni assertive della dottoressa rischiano di trasformare una spiegazione psicologica in un’etichetta identitaria: “sono così perché i miei genitori mi hanno fatto così”. Questo può irrigidire la rappresentazione di sé, favorire una rilettura unilaterale del passato, nonché rendere più difficile il confronto tra genitori e figli e la possibilità di riconoscere gli errori, comprenderli, ripararli e costruire modalità relazionali nuove. A mio avviso il rapporto tra parole dei genitori ed identità è espresso in modo troppo assoluto e deterministico, come se l’identità e il disagio psicologico derivassero direttamente dalle parole ricevute nell’infanzia. Non vi è distinzione tra influenza e causalità, temperamento, esperienze successive, relazioni, capacità di rielaborazione, ad esempio, non vengono minimamente considerate. Il rischio è quello di trasformar…
Non mi sento dì dare un appellativo ai miei genitori adottivi, hanno fatto quello che ritenevano giusto, non mi hanno fatto mancare nulla .
La responsabilità della mia insicurezza dei miei continui fallimenti, sia nella vita privata che lavorativa, di conseguenza sociale.
Questa responsabilità la addito ai parenti DEI miei genitori.
Sì purtroppo hanno innescato un meccanismo macchiavellico nei miei confronti.
Per loro imperdirmi una vita serena era avere una colpa, di essere stata adottata da due persone meravigliose.
Rispondeva la loro gelosia, la loro invidia, ogni sentimento negativo per loro era sinonimo di distruzione per me.
SONO arrivata al punto di non odiare quelle persone, ma di non provare alcun sentimento, sia positivo sia negativo.
Oggi sono rimasta sola,…