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Bruzzone:"Esistono giochi per maschi e giochi per femmine?Sì, un cazzo!" Gli stereotipi cominciano dall’infanzia

"Il punto non è stabilire con che cosa debbano giocare bambini e bambine, ma comprendere quali messaggi gli adulti consegnino loro attraverso oggetti, colori e..."

Una bambola consegnata a una bambina, una pistola giocattolo regalata a un bambino. Gesti apparentemente innocui che, secondo Roberta Bruzzone, possono trasmettere fin dall’infanzia aspettative molto diverse: ai maschi il coraggio, l’esplorazione e l’autonomia; alle femmine la cura, la casa e la maternità.

L'esperta a tal proposito afferma: "Esistono giochi per maschi e giochi per femmine? Sì, un cazzo! Scusate, è un termine tecnico. Sì, perché siete stati educati a pensare che esistano giochi da maschi e giochi da femmine. Quindi secondo voi per giocare ad alcune cose bisogna avere il pisello, giusto? Ci si può avvicinare a una pentolina col pisello? Sì. Ci si può avvicinare a una pistola giocattolo o a uno skateboard non avendo il pisello? Sì! Nel manuale di istruzioni non c'è scritto "pisello" come requisito". Con il linguaggio diretto ed esplicito che la contraddistingue, la criminologa Roberta Bruzzone pone una domanda che va ben oltre la scelta di un giocattolo.

Il punto non è stabilire con che cosa debbano giocare bambini e bambine, ma comprendere quali messaggi gli adulti consegnino loro attraverso oggetti, colori e comportamenti apparentemente naturali. Nel corso della socializzazione, a casa come a scuola, i bambini non imparano soltanto a parlare, comunicare e rispettare determinate regole. Imparano anche che, in quanto maschi o femmine, la società può aspettarsi da loro comportamenti differenti. 

Il genere comprende proprio l’insieme dei simboli, degli atteggiamenti e delle aspettative che una cultura attribuisce al maschile e al femminile. Ciò che consideriamo “naturalmente” adatto a un bambino o a una bambina può essere, almeno in parte, il risultato di consuetudini apprese e ripetute nel tempo. Continua Bruzzone: "Eppure ancora oggi noi siamo così, abbiamo due aree fortemente e ferocemente distinte, in cui ai maschi — che sono forti, intelligenti — proponiamo giochi per esplorare l'ambiente, giochi che enfatizzano il coraggio, l'esplorazione, la forza, l'autonomia, quindi gli diamo i giocattoli avventurosi, i supereroi, perché si devono identificare, con questo tipo di impostazione perché sono maschi, hanno in mano le sorti del mondo".

Quella denunciata dall'esperta non è soltanto una distinzione tra giocattoli, ma un modo di attribuire fin dall’infanzia caratteristiche e ruoli differenti a uomini e donne, presentandoli spesso come naturali. Eppure, osservando società diverse dalla nostra, emerge come ciò che consideriamo tipicamente maschile o femminile possa cambiare profondamente da una cultura all’altra. L’idea che determinate caratteristiche appartengano necessariamente agli uomini o alle donne è stata messa in discussione già nel 1935 dall’antropologa Margaret Mead. Studiando alcune popolazioni della Nuova Guinea, Mead osservò società nelle quali uomini e donne condividevano caratteristiche che la cultura occidentale considerava esclusivamente “femminili” oppure “maschili”.

Il suo lavoro mostrò quanto i comportamenti attribuiti ai due sessi potessero cambiare da una cultura all’altra.

È soprattutto parlando dei giochi destinati alle bambine che l’intervento della Bruzzone diventa ancora più duro. La sua provocazione riguarda il rischio di presentare la cura della casa e la maternità non come possibilità liberamente scelte, ma come un destino da accettare prima ancora di possedere gli strumenti per interrogarlo. "Alle femmine che tipo di giochini diamo? Bambole, un’orda di pentoline, tazzine, elettrodomestici, giochi che si fanno? A casa! E certo! Poi gli diamo le bambole, perché le bambole bisogna dargliele prima possibile: devono convincersi che essere mamma è divertente!

Bisogna che se ne convincano prima che la capacità critica cominci a porre qualche domanda! Quindi le bombardiamo di vestitini rosa, tutto rosa confetto, tutti colori tenui, perché le bambine come devono essere? Graziose, educate, buone, zitte, a fare lunghi pomeriggi di grandi cazzate col tè finto! No? Perché quello è il tuo reale destino, quindi è bene che ti adegui perché quella è il massimo a cui puoi aspirare". Conclude Bruzzone. Il problema, dunque, non è la bambola, la pentolina o il supereroe. Nasce quando il giocattolo smette di essere uno strumento di fantasia e diventa un confine: quando suggerisce ai bambini che devono essere forti e avventurosi e alle bambine che il loro spazio naturale sia quello domestico.

Lasciare che ogni bambino possa esplorare liberamente giochi, interessi e capacità non significa cancellare le differenze. Significa evitare che quelle differenze si trasformino troppo presto in gabbie e che sia un adulto, attraverso un regalo apparentemente innocente, a decidere quale dovrà essere il limite delle sue aspirazioni.


E tu, lettore che ci segui, pensi che esistano ancora giochi considerati esclusivamente da maschi o da femmine? Ti è mai capitato di vedere un bambino o una bambina allontanati da un gioco perché ritenuto “non adatto”?

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di Natalia Sessa

1 commento


Emanuela Giustra
25 minuti fa

La differenza di giocattoli nel gruppo dove ho frequentato non mi è capitato di riscontrarlo e ne mi è capitato di vedere allontanare un bimbo perché aveva un giocottalo non appropriato. Ricordo, durante gli studi alla scuola primaria, noi genitori, ci organizzamo e in un anno particolare regalammo ai nostri figli un regalo uguale senza distinzione di sesso.


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