Rientro a scuola, quando la fatica di ricominciare diventa disagio. CNDDU: “Occorre osservare, distinguere e accompagnare”
- La Redazione

- 1 ora fa
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Irritabilità, stanchezza e difficoltà di concentrazione possono accompagnare il ritorno tra i banchi. Ma non tutti gli studenti hanno gli stessi tempi e alcuni segnali non vanno sottovalutati

Tornare a scuola non significa soltanto preparare lo zaino la sera, rimettere la sveglia del mattino seguente e riprendere le lezioni. Per bambini e adolescenti significa ritrovare ritmi, regole, compagni, aspettative e responsabilità dopo la pausa estiva. E non per tutti questo passaggio avviene allo stesso modo. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene sulle indicazioni diffuse dall'Istituto Superiore di Sanità relative al cosiddetto back to school blues invitando a non confondere la normale fatica del rientro con un disagio più profondo.
“Irritabilità, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno, stanchezza, manifestazioni somatiche o preoccupazioni legate alla prestazione possono comparire nella fase del rientro senza configurare necessariamente una condizione patologica.” Un aiuto potrebbero essere una ripresa graduale dei ritmi regolari del sonno, curare l'alimentazione, limitare un uso eccessivo dei dispositivi digitali e non sovraccaricare immediatamente le giornate. Ma, secondo il Coordinamento, il problema non si esaurisce nel riabituarsi agli orari. C'è anche una dimensione che riguarda il sentirsi nuovamente parte della scuola: “rientrare in classe significa anche ricostruire un senso di appartenenza. Significa ritrovare il proprio spazio nel gruppo, confrontarsi nuovamente con regole, valutazioni e responsabilità, ristabilire relazioni con docenti e compagni e misurarsi con aspettative personali e familiari.”
Proteggere non significa eliminare ogni difficoltà
È uno dei passaggi più interessanti del comunicato. Accogliere il disagio non significa togliere dal percorso dei ragazzi ogni ostacolo, errore o frustrazione.
Il CNDDU richiama la scuola a un equilibrio che non è sempre semplice:“non sarebbe utile eliminare difficoltà, responsabilità ed esperienza dell’errore nel tentativo di proteggere gli studenti da qualsiasi forma di disagio. L’autonomia si costruisce anche imparando ad affrontare progressivamente impegni, limiti e frustrazioni. Al tempo stesso, la richiesta educativa perde efficacia quando si trasforma in pressione non necessaria o quando trascura segnali persistenti di difficoltà.”
Diventa allora importante capire quando la fatica del rientro sta passando e quando, invece, qualcosa continua a non andare.
Una maggiore stanchezza, un po' di malinconia o qualche difficoltà iniziale di concentrazione possono rientrare nel normale periodo di assestamento. Diverso è il caso di una persistente riluttanza ad andare a scuola, dell'isolamento, di cambiamenti significativi nel comportamento o di una crescente difficoltà a partecipare alla vita della classe.
Il docente osserva, ma non deve fare diagnosi
Anche qui il Coordinamento traccia un confine preciso. L'insegnante trascorre molte ore con gli studenti e può accorgersi di cambiamenti che altrove rischiano di passare inosservati. Questo, però, non trasforma il docente in uno specialista. “Non compete all’insegnante formulare diagnosi né assumere funzioni specialistiche. In presenza di un disagio persistente diventa invece importante che scuola, famiglia e servizi competenti possano comunicare efficacemente, nel rispetto dei rispettivi ruoli.”
Un ruolo altrettanto importante spetta alle famiglie. L'attenzione verso i risultati scolastici è parte dell'educazione, ma il CNDDU mette in guardia dal rischio di far coincidere il valore di un ragazzo con un voto o con una prestazione: “valorizzare l’impegno senza identificare il valore personale con la prestazione permette di sostenere responsabilità e autonomia senza trasformare l’errore in una misura della persona.” Ed è qui che il back to school blues smette di essere soltanto il malessere dei primi giorni e diventa una riflessione più ampia su come bambini e adolescenti vivono la scuola. La posizione conclusiva del CNDDU tiene insieme i due aspetti: “la risposta più equilibrata non consiste né nel medicalizzare le normali difficoltà del rientro né nel considerarle irrilevanti. Occorre piuttosto una scuola capace di osservare, distinguere e accompagnare, mantenendo ferme le proprie finalità formative e riconoscendo al tempo stesso che studenti diversi possono avere tempi diversi di adattamento.” Perché la prima campanella non segna soltanto la ripresa delle lezioni. È anche il momento in cui bambini e ragazzi tornano dentro una comunità, e ciascuno può aver bisogno di un tempo diverso per ritrovare il proprio posto.
di Katia Piemontese
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