Chi sbaglia non va condannato, ma aiutato a ritornare. Gesù: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello” (Omelia del 6 settembre 2026)
- La Redazione

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La correzione fraterna non nasce dal desiderio di giudicare o punire, ma dall’amore verso chi ha sbagliato e dalla volontà di ricondurlo alla comunità...

Di Don Vincenzo Carnevale
La correzione, nella Scrittura è dettata dall’amore paziente e paterno di Dio, che “corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3,12). L’arte della correzione è di chi ama e sa educare. La correzione, infatti, è funzionale al processo della formazione ed è efficiente per il raggiungimento della piena maturità. Per questo, ”Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo “ (Ap 2,19).
Nel Brano del Vangelo di oggi, Matteo, ricollegandosi a questa visione biblica, ripropone la correzione come atto dettato e animato dall’amore fraterno e, perciò, ognuno di noi all’interno della Comunità è responsabile della educazione e crescita dall’altro. Chi ama, infatti, non può far finta di non vedere, ma ha il dovere di correggere il fratello che sbaglia, non per umiliarlo e condannarlo, ma perché si possa ravvedere e possa essere “guadagnato” a se stesso e alla Comunità. Il fine della correzione è, dunque, la conversione del fratello, che ha sbagliato, e il “guadagnarlo” alla comunione con tutti i fratelli nella comunità. A questo fine, il sommo Pedagogo Gesù ci indica tre passaggi progressivi da percorrere e compiere, con gradualità e costanza, per “guadagnare” il fratello che ha peccato.
Prima fase consiste nel tentativo “privato” e riservato: “a tu per tu”. La seconda si compie davanti a pochi testimoni e, nel caso che anche questa non porti al fine “di guadagnarlo”, l’atto di amore correttivo, avvenga di fronte a tutta la Comunità.
Tutti questi passaggi e i vari tentativi, non servono a giudicare e a condannare chi “ha commesso una colpa”, ma mirano ad un solo fine: “guadagnare il fratello”! Anche nell’eventualità di un esito negativo di questo ultimo tentativo comunitario, il considerare quel fratello “pagano” e “pubblicano” non significa assolutamente, “scomunicarlo”, espellerlo ed escluderlo dalla vita comunitaria.
Questo mio fratello, che non si è lasciato, per ora, “correggere” deve essere sempre rispettato, amato e cercato con la “preghiera”, unanime e concorde, della Comunità per lui, perché sia il Signore stesso, che “è sempre con noi, tutti giorni fino alla fine del mondo”, a voler compiere ciò che noi non siamo riusciti a realizzare con i nostri “tre” tentativi, “guadagnandolo” all’infinito amore del Padre Suo e Padre di tutti noi. La “correzione fraterna”, dovere principale dell’amore fraterno, nasce ed è fondata sulla responsabilità, sia del singolo sia della comunità, ad intervenire, non per giudicare o per desiderio di rivalsa e di condanna, ma dall’obbligo morale e spirituale di prendersi cura del fratello che pecca e di “guadagnarlo”, con amore responsabile e fiducioso, a Dio, alla Comunità e a se stesso.
Ezechiele, come Geremia, è chiamato, per una seconda volta (la seconda, conferma, rafforza ed è verifica della prima!) ed è mandato, non a “distruggere” (solo il peccato va distrutto, non il peccatore!) ma, per “costruire”, non per condannare e giudicare, ma, per promuovere la vera conversione al Dio Vero e Misericordioso che lo farà rivivere! Chi è chiamato a essere profeta-sentinella si espone a tanti pericoli (che deve sempre mettere in conto!) e si assume una grande responsabilità: Non può addormentarsi, non deve distrarsi, non può mai abbandonare il suo posto di guardia: la Città intera correrebbe grossi pericoli (Prima Lettura).
Nella seconda Lettura, Paolo, dopo aver elencato le molteplici manifestazioni, in positivo e in negativo, della Carità (Agapè), ora, rende comprensibile il “precetto” dell’amore verso il Prossimo, amore vicendevole e fraterno, richiamandosi a Lv 19,18 e alla seconda parte (quella ‘sociale’) del nucleo primitivo del Decalogo (Es 20,13-17): “Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge” (v 8).
Il fine della correzione fraterna, nelle tre Letture, infatti, mira a guadagnare il fratello a Dio e alla Comunità, non a farlo perdere e ad escluderlo definitivamente dalla Comunità. La correzione va fatta con mitezza, pazienza e delicatezza, sincerità e schiettezza, discrezione e tatto, nella verità e nella carità, come ci insegna Gesù con le Sue parole e la Sua testimonianza. Tutto dobbiamo fare e tutte le vie possibili dobbiamo tentare per “guadagnare” il fratello, che ha sbagliato, a Dio, alla Chiesa ed alla sua dignità e al suo nuovo futuro. La correzione fraterna è atto di carità che induce alla conversione e alla mutua edificazione per la crescita dell’amore fraterno. “Ciascuno esamini la propria condotta”. Prima correggere se stessi, poi, i fratelli, come Gesù educa e forma i Suoi, con pazienza ed amore, correggendo il loro modo di pensare “secondo gli uomini” e convertendoli “a pensare ed agire secondo Dio”, il Padre.
A questo proposito, non possiamo non riportare quanto prescrive, sintetizzando l’insegnamento di Gesù, il nostro S. Francesco, rivolgendosi ai “Superiori”, chiamati a servire e consolidare le Comunità: “Tutti coloro che sono preposti al governo di quest'ordine dei Minimi non senza motivo vengono chiamati Correttori: perché correggendo anzitutto se stessi, correggano con comprensione i frati loro affidati, sicché compatiscano i difetti dei loro fratelli e cerchino insistentemente piuttosto la loro emendazione che la punizione” (Sacra Regola, Cap X n. 44).




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