"Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte". Nel monologo di Geppi Cucciari le parole della prof che curano
- La Redazione

- 2 ore fa
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Dalle parole che feriscono a quelle che curano: nel monologo di Geppi Cucciari la lettera della docente diventa una riflessione sul linguaggio e sulla responsabilità educativa...

“Le parole sono importanti”. È da qui che parte la riflessione di Geppi Cucciari, nel monologo andato in onda durante Splendida Cornice, il programma di Rai Tre, in cui affronta anche l’aggressione a una docente da parte di un ragazzo di 13 anni.
Si vive in un mondo che, in tutti i modi, spinge ripetutamente parole che propagandano violenza e prevaricazione, e che, con il tempo, acquisiscono una veste di realtà.
“Quando non c'erano i social, c'erano gli inni nazionali: negli inni le parole aggressive sono sempre esistite, sono parole di guerra. Non so se avete mai ascoltato con molta attenzione il nostro: si parla, nella seconda strofa, della necessità di essere tutti uniti, di far fronte a quello che arriva da fuori, perché quando siamo divisi non contiamo niente, ed è bellissimo. Però, nella prima strofa, vogliamo che la vittoria ci porga la chioma, che diventi schiava di Roma; nella terza chiediamo ai nostri soldati di bere il sangue austriaco e cosacco.
Certo, vanno contestualizzate queste parole, ma non tutti hanno gli strumenti per contestualizzare, e allora diventano petizioni di intenti.” Con queste parole Cucciari richiama l’attenzione su un punto preciso: il problema non nasce oggi, ma ha radici profonde. Un linguaggio che accompagna la storia, che cambia forma ma non sostanza, e che continua a riproporre dinamiche di contrapposizione, superiorità e violenza.
La differenza, oggi, è la velocità e la diffusione. Ciò che un tempo restava circoscritto a contesti specifici, oggi viene amplificato, semplificato e ripetuto fino a diventare familiare, quasi accettabile. E quando certe parole smettono di apparire estreme, il passo verso il comportamento si accorcia. È in questo passaggio che la riflessione si fa più urgente. Perché se il linguaggio non viene compreso e contestualizzato, rischia di trasformarsi in un modello. E allora la violenza non è più solo un fatto isolato, ma l’esito di qualcosa che, nel tempo, è stato normalizzato.
È proprio qui che si gioca la differenza. Se le parole possono diventare un’arma quando non vengono comprese, possono anche trasformarsi in uno strumento di cura quando vengono scelte con consapevolezza. Non è solo una questione di cosa si dice, ma di come si educa a riconoscere il peso delle parole. Perché dove il linguaggio alimenta contrapposizione e supremazia, il rischio è che la violenza trovi spazio. Ma dove, invece, si insegna a comprendere, a fermarsi, a dare un senso a ciò che si ascolta, si apre la possibilità di costruire altro. È da questo passaggio che nasce una risposta diversa: non la vendetta, ma la responsabilità. Non lo scontro, ma la cura.
Nel finale del monologo Geppi Cucciari fa emergere le parole che curano, le parole della professoressa, parole che lasciano con il fiato sospeso:
“Non fermatevi, non arrendetevi, studiate, preparatevi per il vostro futuro, senza paura ma con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte verso una scuola più attenta e una comunità più unita. Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò, tornerò in classe, tra i banchi dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, perché, nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore, grazie”.
Forza, resilienza e speranza: sono queste le parole di una donna che crede ancora di più nel suo mestiere, che crede fermamente nella sua importanza e nel potere di cambiare il mondo, provando a sottrarlo alla violenza e alla perdizione che sembrano averlo invaso.
A seguire il monologo di Geppi Gucciari
di Leandro Castagna



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