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Presunti maltrattamenti a scuola, 500 docenti coinvolti in 11 anni: lo studio su denunce, telecamere nascoste e processi fino a 12 anni

Dai nidi alla primaria, il report analizza come nascono le segnalazioni, il ruolo dei dirigenti scolastici e i tempi lunghi della giustizia...

Uno studio riapre il dibattito su un tema delicato: quando emergono criticità a scuola, la gestione dovrebbe restare interna agli istituti o finire subito nelle aule di tribunale? È questo quanto emerge dallo studio sui “presunti maltrattamenti a scuola" (PMS) elaborato dal medico specialista Vittorio Lodolo D'Oria, da anni impegnato nell'analisi dei rischi professionali dei docenti.

 Lo studio  prende in esame la cronaca giudiziaria dal 2014 al 2025 e ricostruisce un quadro che fa discutere: 275 procedimenti penali aperti e 500 insegnanti coinvolti, concentrati prevalentemente nei nidi, nelle scuole dell'infanzia e nelle primarie.

Il personale indagato è composto nella quasi totalità da donne e nel 66% dei casi  l’età supera i 50 anni.

A livello geografico, le denunce sono distribuite uniformemente, ma colpiscono soprattutto le scuole statali situate nelle aree rurali e nei piccoli comuni.

L'andamento storico evidenzia una crescita costante delle indagini fino a un picco registrato nel 2019 (con ben 150 docenti indagati), seguito da un azzeramento fisiologico durante la pandemia e da una nuova netta risalita nel biennio 2024-2025.

Secondo lo studio, in altri Paesi occidentali il fenomeno emerge con caratteristiche diverse, mentre maggiore attenzione viene spesso dedicata alle aggressioni degli studenti verso i docenti.


Nel Regno Unito, per esempio, le autorità giudiziarie invitano i genitori a denunciare il problema prima al dirigente scolastico.  In Italia, secondo l’analisi, il quadro sarebbe diverso: nell'88% dei casi le segnalazioni partono direttamente dai genitori verso le Forze dell'Ordine, e solo nel 2% dei casi l’esposto è fatto dal preside.

Lo studio interpreta questo dato come segnale di una crescente esternalizzazione dei conflitti scolastici.

Il documento richiama inoltre il ruolo del dirigente scolastico, chiamato sia a segnalare eventuali fatti rilevanti sia ad attivare tempestivamente gli strumenti interni di tutela e vigilanza.

Una volta partite le denunce, le forze dell’ordine si affidano quasi sempre a telecamere e microfoni nascosti. Queste registrazioni durano mesi e registrano ore e ore di lezioni. Secondo lo studio, in numerosi casi vengono coinvolti anche altri docenti inizialmente non indicati nelle segnalazioni.

 L’analisi evidenzia anche un altro dato: su centinaia di ore di filmati, i magistrati contestano di solito meno dell’1% delle immagini, e gli arresti in flagranza avvengono solo nel 2% dei casi.

Alcuni procedimenti possono protrarsi anche per 10 o 12 anni, con ricadute rilevanti sia sul piano umano sia professionale.

Lo studio sottolinea anche che i tribunali giudicano le maestre usando il reato di “maltrattamenti in famiglia”. Secondo l’autore, il contesto scolastico presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto a quello familiare e richiederebbe valutazioni specifiche.

Per questo lo studio individua nella prevenzione interna uno dei nodi centrali del dibattito.

Come sottolinea lo studio, di fronte a una situazione di classe critica o a un'insegnante in difficoltà, il preside ha il potere e il dovere di agire con prontezza usando strumenti interni molto più efficaci e rapidi: può disporre l'affiancamento della docente, richiedere un'ispezione tecnica ministeriale o un accertamento medico collegiale, fino ad arrivare alla sospensione cautelare o al procedimento disciplinare.

Il tema resta aperto: come proteggere immediatamente i minori, garantendo al tempo stesso tempi rapidi, equilibrio e tutela per tutte le parti coinvolte.


Il documento, prende in esame la cronaca giudiziaria dal 2014 al 2025, e fa un quadro della situazione molto complesso: 275 procedimenti penali aperti e 500 insegnanti coinvolti, concentrati prevalentemente nei nidi, nelle scuole dell'infanzia e nelle primarie.

Il personale indagato è composto nella quasi totalità da donne e nel 66% dei casi, l’età supera i 50 anni.

A livello geografico, le denunce sono distribuite uniformemente, ma colpiscono soprattutto le scuole statali situate nelle aree rurali e nei piccoli comuni.


L'andamento storico evidenzia una crescita costante delle indagini fino a un picco anomalo registrato nel 2019 (con ben 150 docenti indagati), seguito da un azzeramento fisiologico durante la pandemia e da una nuova netta risalita nel biennio 2024-2025.

Il documento sottolinea come i presunti maltrattamenti, risultino assenti negli altri Paesi occidentali, dove l’emergenza è il caso opposto: le aggressioni degli studenti verso i docenti. 

Nel Regno Unito, per esempio, le autorità giudiziarie invitano i genitori a denunciare il problema prima al dirigente scolastico. In Italia accade il fatto opposto: nell'88% dei casi le segnalazioni partono direttamente dai genitori verso le Forze dell'Ordine, e solo nel 2% dei casi l’esposto è fatto dal preside. In pratica, i problemi non vengono più risolti all'interno della scuola, ma finiscono direttamente in tribunale. A favorire questa situazione c'è un paradosso della legge: il preside è obbligato a denunciare subito i sospetti ai magistrati, ma anche a intervenire in prima persona per fermare il pericolo. Il risultato? Invece di agire immediatamente per proteggere i bambini (magari controllando la classe o affiancando la maestra), la scuola si ferma, aspettando i tempi lunghissimi della giustizia.


Una volta partite le denunce, le forze dell’ordine si affidano quasi sempre a telecamere e microfoni nascosi. Queste registrazioni durano mesi e registrano ore e ore di lezioni. Più della metà delle volte finiscono sotto accusa anche altre maestre che all’inizio non c'entravano nulla con le denunce.

Tuttavia, è presente un dato che fa riflettere sulla pericolosità di queste situazioni: su centinaia di ore di filmati, i magistrati contestano di solito meno dell’1% delle immagini, e gli arresti in flagranza avvengono solo nel 2% dei casi. Nel frattempo vengono avviati processi che si trascinano anche per 10 o 12 anni, rovinando la vita delle docenti coinvolte.


Lo studio sottolinea anche che i tribunali giudicano le maestre usando il reato di “maltrattamenti in famiglia”. Ma una classe non è una famiglia, poiché il contesto è molto diverso. A casa una mamma gestisce un figlio solo. A scuola una maestra deve gestire fino a 30 bambini contemporaneamente, ognuno con abitudine diverse apprese dai propri genitori. Eppure, la vera via d'uscita per evitare processi lunghi un decennio e tutelare i minori esiste già, ed è nelle mani dei dirigenti scolastici.


Come sottolinea lo studio, di fronte a una situazione di classe critica o a un'insegnante in difficoltà, il preside ha il potere e il dovere di agire con prontezza usando strumenti interni molto più efficaci e rapidi: può disporre l'affiancamento della docente, richiedere un'ispezione tecnica ministeriale o un accertamento medico collegiale, fino ad arrivare alla sospensione cautelare o al procedimento disciplinare.  Solo riportando la gestione del problema all'interno delle mura scolastiche si può garantire l'incolumità immediata dei bambini, evitando di esporli a mesi di intercettazioni nascoste e tutelando, al tempo stesso, la dignità di uno dei mestieri più delicati e importanti del mondo.

di LEANDRO CASTAGNA





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