Primaria, freno alle assunzioni per il calo demografico? Ecco perché si riduce il fabbisogno. Anief denuncia gli effetti del DPR 81/2009
- La Redazione

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Classi prime sotto i 15 alunni, sezioni che saltano e organici che si comprimono: cosa può accadere davvero nel 2026/27 tra piccoli comuni e grandi città...

Per l’anno scolastico 2026/2027, numerose classi prime della scuola primaria rischiano di non essere autorizzate, a seguito del mancato raggiungimento delle soglie numeriche previste dalla normativa vigente: il sindacato Anief ha presentato una denuncia attraverso la sua sezione territoriale di Cremona, dove vi sono diversi istituti primari dove l’attivazione delle prime classi risulta a rischio.
Una situazione che però ha riflessi sul territorio nazionale, poiché presente anche in diverse altre province: secondo il sindacato rappresentativo, il problema è che un’applicazione meramente aritmetica dei parametri legislativi sulla formazione delle classi prime può produrre palesi effetti distorsivi, soprattutto in contesti dove vige un unico plesso scolastico.
LA NORMATIVA
“Il Decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 81 stabilisce che una classe prima non possa essere costituita con meno di 15 alunni, con deroghe circoscritte a pluriclassi, comuni montani e piccole isole. Le aree coinvolte spaziano dalla Lombardia al Piemonte, dalla Liguria all’Appennino emiliano e marchigiano, fino alla Sardegna e alle aree interne del Mezzogiorno, compresa la Sicilia”. Tuttavia, “il calo demografico trasforma questa soglia, pensata come parametro organizzativo, in un ostacolo strutturale per le comunità più fragili”.
COSA PROPONE ANIEF
Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità”. L’organizzazione sindacale ritiene che la mancata autorizzazione della classe prima obbligherebbe le famiglie a iscrivere i propri figli in istituti più distanti, con incremento, a volte sostanzioso, dei tempi di percorrenza e con un impatto negativo sul diritto allo studio. Come se non bastasse, nei centri più popolosi, l’accorpamento degli alunni provenienti da plessi soppressi rischierebbe di generare situazioni di sovraffollamento, in contrasto con i criteri di sicurezza scolastica. Inoltre, sul versante del personale, la riduzione delle classi comporterebbe una contrazione dell’organico docente e ATA, con ricadute sulla continuità didattica e sulla stabilità occupazionale.
Il sindacato Anief considera la questione un nodo politico prima ancora che amministrativo: la tenuta dei servizi scolastici nelle aree interne è infatti direttamente connessa alle dinamiche di spopolamento che caratterizzano ampie porzioni del territorio italiano. Una risposta efficace richiederebbe una revisione dei criteri di deroga previsti dal DPR 81/2009, estendendone l’applicabilità alle realtà demograficamente critiche che oggi non rientrano nelle categorie tutelate.
Per questi motivi, il giovane sindacato sollecita il Ministero dell’Istruzione e del Merito ad intervenire con strumenti normativi che riconoscano la specificità territoriale come variabile di pianificazione dell’organico scolastico, anziché trattare tali contesti locali come eccezione residuale. La scuola di prossimità, in questa prospettiva, non è una questione di efficienza organizzativa, ma un presidio di coesione sociale nei contesti italiani più vulnerabili".
Se la soglia minima dei 15 alunni viene applicata in modo rigido, la questione non riguarda soltanto l’attivazione delle classi prime, ma l’intero assetto dell’organico nella scuola primaria.
Ogni sezione non autorizzata comporta una riduzione dei posti in organico di diritto. In un contesto segnato dal calo delle nascite, questo può tradursi in una contrazione del fabbisogno complessivo e, di conseguenza, in una possibile frenata delle immissioni in ruolo e delle supplenze per l’anno scolastico 2026/2027.
Il tema si intreccia con un’altra contraddizione: mentre nei grandi centri si discute di superare le cosiddette “classi pollaio”, nei piccoli comuni il rischio è la soppressione di sezioni con numeri inferiori alla soglia prevista dal DPR 81/2009.
La domanda diventa allora sistemica: è più sostenibile mantenere classi con numeri ridotti per garantire presidio territoriale e qualità didattica, oppure applicare parametri numerici nati in un contesto demografico che oggi è profondamente mutato? La risposta non incide solo sull’organizzazione scolastica, ma anche sulle prospettive occupazionali del personale docente e ATA nella scuola primaria.
di LA REDAZIONE
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