Scuola, iscrizioni 2026/2027 in Campania: calano gli studenti, ma le scelte degli indirizzi restano stabili
Il calo della popolazione scolastica prosegue tra denatalità e migrazioni: il CNDDU chiede di considerare le differenze territoriali nella programmazione della scuola...

In quattro anni le scuole statali della Campania hanno perso 61.836 studenti. Erano 849.737 nel 2020/2021, sono diventati 787.901 nel 2024/2025, con una diminuzione di circa il 7,3%. E il calo non si è fermato: nel 2025/2026 gli alunni sono diminuiti di altre 15.747 unità, quasi 9mila soltanto nella provincia di Napoli.
Le iscrizioni per il 2026/2027 si inseriscono dunque in una tendenza che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera ormai strutturale.
Dietro le aule che si svuotano ci sono innanzitutto meno bambini. Nel 2024 in Campania sono nati 41.348 bambini, 1.577 in meno rispetto all’anno precedente. Ma la denatalità non racconta tutto. “La denatalità, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. Nel 2024 la regione ha registrato un saldo naturale negativo di 15.436 unità e un saldo migratorio interno negativo di 18.460 persone. Il saldo migratorio con l’estero, positivo per 16.726 unità, ha compensato solo parzialmente queste perdite”. Nello stesso anno gli stranieri residenti sono saliti a 276.531, 12.851 in più. Dunque, cambia non soltanto il numero dei possibili studenti, ma anche la composizione della popolazione scolastica dei prossimi anni.
Il calo, inoltre, non pesa allo stesso modo ovunque. Napoli nel 2024 ha perso 7.341 residenti, Salerno 2.646, Avellino 1.901 e Benevento 1.610. Caserta, al contrario, ne ha guadagnati 1.929. Nelle aree interne avere meno studenti può significare mettere in discussione la sopravvivenza di un plesso e costringere i ragazzi a percorrere distanze maggiori per andare a scuola. Sul fronte delle superiori, invece, le scelte degli studenti cambiano poco. Per il 2026/2027 il 61,17% ha scelto un liceo, il 25,71% un istituto tecnico e il 13,11% un professionale. Percentuali molto vicine a quelle dell’anno precedente. Tra gli indirizzi spiccano l’area scientifica e delle Scienze applicate, Informatica e Telecomunicazioni nei tecnici ed Enogastronomia e Ospitalità alberghiera nei professionali.
Ma è sulle conseguenze del calo demografico che il CNDDU concentra la propria riflessione. “Se diminuiscono gli studenti, la risposta non può consistere automaticamente nella riduzione proporzionale di classi, personale e offerta formativa”. Meno studenti, sostiene il Coordinamento, potrebbero rappresentare anche un’occasione per intervenire su problemi che la scuola affronta da anni. “Una popolazione scolastica meno numerosa può consentire classi più equilibrate, maggiore continuità didattica, interventi tempestivi sulle difficoltà di apprendimento, orientamento più individualizzato e un impiego più efficace dei laboratori e del tempo scuola”. Ridurre insieme al numero degli studenti anche le risorse, secondo il CNDDU, significherebbe perdere questa possibilità.
C’è poi il problema dei piccoli centri e delle aree interne, dove chiudere o accorpare una scuola produce conseguenze che vanno oltre il semplice conteggio degli iscritti. “La scuola non può essere valutata soltanto attraverso il costo medio per alunno, perché la concentrazione dell’offerta genera a sua volta costi: maggiore mobilità quotidiana, tempi di percorrenza più lunghi, pressione sul trasporto pubblico e minore attrattività dei territori per le famiglie”.
Per il Coordinamento, dunque, il dimensionamento dovrebbe tenere insieme numeri, condizioni demografiche, collegamenti e caratteristiche dei territori.
La conclusione rovescia la prospettiva con cui spesso viene letto il calo degli studenti: “la transizione demografica può diventare l’occasione per costruire una scuola meno congestionata e didatticamente più efficace, concentrando maggiori risorse educative su ciascuno studente e intervenendo sulle differenze territoriali prima che diventino strutturali”.
E il CNDDU indica anche il criterio con cui, nei prossimi anni, dovrebbe essere giudicato il risultato: “la vera misura dell’efficienza non sarà pertanto quante strutture il sistema sarà riuscito a ridurre in rapporto al calo degli iscritti, ma se la minore consistenza delle classi avrà prodotto migliori condizioni di apprendimento, maggiore regolarità dei percorsi e un’offerta scolastica ancora sostenibile nei territori che stanno perdendo popolazione”.
di La Redazione
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