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Meloni a “Chi”: “Temo che i ragazzi smettano di pensare e si limitino a fare domande a una macchina”

12 ago
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 13 ago

Nell'intervista al settimanale Chi, la premier esprime le sue preoccupazioni per il futuro della figlia Ginevra e della sua generazione. Dall'intelligenza artificiale ai social, il dibattito coinvolge anche...

“Temo che smettano di pensare, di darsi delle risposte, e si limitino a fare le domande a una macchina.” Con queste parole Giorgia Meloni racconta al settimanale Chi, in edicola dal 12 agosto, la sua preoccupazione più grande per il futuro della figlia Ginevra e della sua generazione. Non è la fatica del ruolo, né le polemiche politiche, a pesare di più sulla premier in questa intervista estiva concessa durante alcuni giorni di vacanza in una località che ha scelto di non rivelare. 

È piuttosto lo sguardo su un mondo che cambia più in fretta della capacità degli adulti di comprenderlo.

Meloni lo dice senza giri di parole: “Come genitori non siamo attrezzati per capire come tutto questo possa impattare” sulla vita dei figli. Il riferimento è a un pacchetto di fenomeni che si intrecciano tra loro: l'intelligenza artificiale, i social, l'uso continuo dello smartphone e “la vita ormai sempre più filtrata dallo schermo”. Un disagio che la premier vive anche a livello personale, quando racconta di temere che, con l'adolescenza di Ginevra ormai alle porte, possa arrivare un giorno in cui lei stessa, “troppo distratta”, non si accorga in tempo che qualcosa non va.

Le paure elencate nell'intervista sono tre. La prima riguarda la verità: un mondo “nel quale non si distingue più cosa sia vero da quello che non lo è”. La seconda è economica, il timore che l'intelligenza artificiale “possa sensibilmente ridurre il numero dei lavoratori”. La terza è forse la più delicata, perché tocca direttamente la scuola e la formazione del pensiero: il rischio che i ragazzi smettano di elaborare autonomamente le risposte e si affidino sempre e comunque a una macchina.

Sul piano politico, la premier ricorda che in Parlamento si discute una proposta per vietare i social ai minori di 16 anni, ma ammette che “le nostre risposte non siano ancora sufficientemente efficaci”. Un'ammissione che riconosce la complessità dell'argomento e che accomuna la politica al mondo della scuola, dove il tema si sta già traducendo in episodi concreti, non solo in dibattiti teorici.

Già nel 2023 l’Unesco aveva chiesto ai governi di regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale generativa nell’istruzione, indicando in 13 anni l’età minima per l’utilizzo autonomo di questi strumenti in classe e richiamando il dibattito sull’eventuale innalzamento della soglia a 16 anni. Le stesse istituzioni educative, quindi, riconoscevano già da tempo che gli adulti — insegnanti compresi — non fossero pronti ad affrontare tutte le implicazioni etiche di questi strumenti.

Il quadro che emerge è quello di un allarme condiviso ma ancora privo di risposte definitive. Da una parte la politica, che riconosce il problema ma fatica a normarlo in tempi rapidi. Dall’altra la scuola, che prova a costruire percorsi di educazione al dubbio e alla verifica delle fonti, ma si scontra con la velocità con cui gli strumenti digitali entrano nella vita quotidiana di studenti e famiglie. Nel mezzo, i genitori, alle prese con domande a cui, come ammette la stessa Meloni, non sempre è facile dare una risposta.

Che il confine tra uso consapevole e uso improprio sia sottile lo dimostra anche un recente episodio di cronaca scolastica: un docente, autore di un post minaccioso nei confronti proprio della figlia della premier, si è giustificato sostenendo di aver chiesto a un'intelligenza artificiale di scrivere “un post cattivo” da pubblicare sui social. Un caso limite che mostra come la delega del pensiero critico a una macchina possa riguardare ormai anche gli adulti, insegnanti compresi.

Il quadro che emerge è quello di un allarme condiviso ma ancora privo di risposte definitive. Da una parte la politica, che riconosce il problema ma fatica a normarlo in tempi rapidi. Dall'altra la scuola, che prova a costruire percorsi di educazione al dubbio e alla verifica delle fonti, ma si scontra con la velocità con cui gli strumenti digitali entrano nella vita quotidiana di studenti e famiglie. Nel mezzo, i genitori, alle prese con domande a cui, come ammette la stessa Meloni, non sempre è facile dare una risposta.



di Leandro Castagna

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