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Galimberti: "Non abbiamo più tempo per ascoltarci. Quando tutto deve soltanto funzionare, l’uomo smette di domandarsi perché vive"

"Quando non viene riconosciuto quello che i suoi occhi riescono a vedere, quando non viene compreso quello che la sua anima riesce a sentire, ecco che l’individuo pian piano si spegne..."

Se è vero che “Il lavoro nobilita l’uomo” cosa accade ad un individuo quando viene privato di svolgerlo, non perché non ne abbia  le competenze, ma perché non riesce a stare al passo con i tempi? Per rispondere a questa domanda riprendiamo le parole del filosofo Umberto Galimberti, che nel suo libro L’uomo nell’età della tecnicascrive: “La tecnica non tende a uno scopo. La tecnica funziona e quando tutto deve soltanto funzionare, l’uomo smette di domandarsi perché vive”.

Qui entriamo nel merito di  una parte importante dell’essere umano: la sua dignità. Quando non viene riconosciuto quello che le sue mani riescono a progettare, e poi costruire, quando non viene riconosciuto quello che i suoi occhi riescono a vedere, quando non viene compreso quello che la sua anima riesce a sentire, ecco che l’individuo pian piano si spegne. Continua l’esperto: “L’efficienza ha sostituito il senso. La velocità ha sostituito il pensiero. La prestazione ha sostituito l’identità”.  

Confrontarci con queste macchine sempre perfette, precise e puntuali potrebbe creare in noi una competizione infida e dannosa che non siamo in grado di  vincere. Ma noi non siamo macchine e il nostro profondo disagio nel rapportarci quotidianamente con le sfide della vita nasce proprio da questo, dal fatto che: “Viviamo nell’età della funzionalità, non più nell’età del significato”. 

Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi utile, riconosciuto, ascoltato. Per condurre nuovamente una vita dignitosa, dovremmo  partire da tutti questi aspetti che ci rendono autentici o più semplicemente umani. Le emozioni, i pregi e addirittura i nostri difetti non sono replicabili ma non ce ne rendiamo conto perché in questo continuo correre: “Non abbiamo più tempo per ascoltarci, dobbiamo continuamente produrre, reagire e apparire” conclude l’esperto.

Le conseguenze peggiori di questo scenario è che l’uomo possa diventare un numero, anch'esso una macchina a servizio del business, senza identità ed originalità. Le emozioni e l’identità dell’uomo rischiano così di diventare un ostacolo in una società che corre continuamente e che pretende sempre prestazioni perfette. Le macchine hanno ragione d’esistere se rendono la nostra vita migliore, se rendono le nostre giornate più semplici, ma quando ci sostituiscono o  ancora peggio fanno crescere in noi questo senso di incapacità allora occorre fermarsi, occorre riprenderci, anche con forza, quel tempo che una volta utilizzavano per ascoltarci  davvero.


E tu, lettore che ci segui, secondo te in che modo l'uomo potrebbe riprendersi il suo spazio ed i suoi valori?

Scorri in basso e raccontaci il tuo parere, anche in forma anonima.



di Natalia Sessa

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