Galimberti: "Non abbiamo più tempo per ascoltarci. Quando tutto deve soltanto funzionare, l’uomo smette di domandarsi perché vive"
- La Redazione

- 30 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 1 giu
"Quando non viene riconosciuto quello che i suoi occhi riescono a vedere, quando non viene compreso quello che la sua anima riesce a sentire, ecco che l’individuo pian piano si spegne..."

Se è vero che “Il lavoro nobilita l’uomo” cosa accade ad un individuo quando viene privato di svolgerlo, non perché non ne abbia le competenze, ma perché non riesce a stare al passo con i tempi? Per rispondere a questa domanda riprendiamo le parole del filosofo Umberto Galimberti, che nel suo libro “L’uomo nell’età della tecnica” scrive: “La tecnica non tende a uno scopo. La tecnica funziona e quando tutto deve soltanto funzionare, l’uomo smette di domandarsi perché vive”.
Qui entriamo nel merito di una parte importante dell’essere umano: la sua dignità. Quando non viene riconosciuto quello che le sue mani riescono a progettare, e poi costruire, quando non viene riconosciuto quello che i suoi occhi riescono a vedere, quando non viene compreso quello che la sua anima riesce a sentire, ecco che l’individuo pian piano si spegne. Continua l’esperto: “L’efficienza ha sostituito il senso. La velocità ha sostituito il pensiero. La prestazione ha sostituito l’identità”.
Confrontarci con queste macchine sempre perfette, precise e puntuali potrebbe creare in noi una competizione infida e dannosa che non siamo in grado di vincere. Ma noi non siamo macchine e il nostro profondo disagio nel rapportarci quotidianamente con le sfide della vita nasce proprio da questo, dal fatto che: “Viviamo nell’età della funzionalità, non più nell’età del significato”.
Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi utile, riconosciuto, ascoltato. Per condurre nuovamente una vita dignitosa, dovremmo partire da tutti questi aspetti che ci rendono autentici o più semplicemente umani. Le emozioni, i pregi e addirittura i nostri difetti non sono replicabili ma non ce ne rendiamo conto perché in questo continuo correre: “Non abbiamo più tempo per ascoltarci, dobbiamo continuamente produrre, reagire e apparire” conclude l’esperto.
Le conseguenze peggiori di questo scenario è che l’uomo possa diventare un numero, anch'esso una macchina a servizio del business, senza identità ed originalità. Le emozioni e l’identità dell’uomo rischiano così di diventare un ostacolo in una società che corre continuamente e che pretende sempre prestazioni perfette. Le macchine hanno ragione d’esistere se rendono la nostra vita migliore, se rendono le nostre giornate più semplici, ma quando ci sostituiscono o ancora peggio fanno crescere in noi questo senso di incapacità allora occorre fermarsi, occorre riprenderci, anche con forza, quel tempo che una volta utilizzavano per ascoltarci davvero.
E tu, lettore che ci segui, secondo te in che modo l'uomo potrebbe riprendersi il suo spazio ed i suoi valori?
Scorri in basso e raccontaci il tuo parere, anche in forma anonima.
di Natalia Sessa




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La soluzione potrebbe essere il lavoro individuale del conoscersi e riconoscere i nostri bisogni veri. Non allontanarci dalla nostra interiorità, solo così possiamo utilizzare, al 'nostro servizio, la tecnica, non perdendo la nostra umanità. Bisogna fare scelte consapevoli ed evitare di farci stordire da bisogni indotti. Tutto questo è difficile, ma ognuno deve provarci e per avere gli strumenti per provarci deve studiare. La cultura può salvarci
Per me possibili soluzioni sono solo individuali e richiedono il ripensamento di noi soggetti con la miriade di oggetti che ci assoggettano, troppi,inutili, dannosi , pervasivi. Basterebbe sceglierne solo alcuni, quelli che non ci snaturano come esseri umani.
Corriamo corriamo come un gregge impazzito, ma senza vedere nulla, chiusi nel nostro singolo ego; e non ci fermiamo mai ad osservare e riflettere su quello che i nostri occhi vedono
Galimberti ha perfettamente ragione noi siamo uomini non macchine e lo ha detto anche il Papa una figura autorevole che nel mondo è una guida penso che l'uomo non deve confondere la tecnologia con le caratteristiche umane perché allora per l'uomo è la fine in quando condannato alla infelicità perché l'uomo è fatto e vive di emozioni cosa che le macchine non posseggono continuando così mi dispiace dirlo è la fine di tutto
Mio padre, avvocato molto impegnato lo vedevo passare di corsa nella casa e mi avvinghiavo alle sue gambe perché ero triste e volevo chiedergli perché si viveva, a che scopo... Che eravamo nati a fare? Che voleva la vita da me.. Ma lui non aveva tempo, gridava, ora non ho tempo! Ed io pensavo che forse quando sarebbe stato vinto dalla morte sarei andata sulla sua tomba a parlare.