Diploma o laurea, chi trova prima lavoro? I nuovi dati ISTAT raccontano un'Italia ancora lontana dall'Europa
L'occupazione sale al 62,9% tra i neodiplomati e al 78,7% tra i neolaureati. Migliorano le opportunità per i giovani, ma restano forti differenze territoriali e di genere.

Studiare continua a fare la differenza quando si cerca un lavoro, ma in Italia il titolo di studio non garantisce ancora le stesse opportunità offerte ai giovani di altri Paesi europei. A raccontarlo sono i nuovi dati ISTAT, pubblicati il 3 novembre 2026 nel rapporto Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – Anno 2025, che fotografano un mercato del lavoro in miglioramento, ma ancora attraversato da profonde disuguaglianze.
Nel 2025 il tasso di occupazione dei neodiplomati ha raggiunto il 62,9%, con un aumento di 2,3 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Per i neolaureati la percentuale sale al 78,7%, in crescita di 1,4 punti. I dati riguardano giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno concluso gli studi da almeno un anno e da non più di tre e non sono più inseriti in un percorso di istruzione o formazione. Non rappresentano, quindi, la percentuale di studenti che trovano lavoro immediatamente dopo il conseguimento del titolo. Il miglioramento è evidente, ma il confronto europeo ridimensiona il risultato. Nell'Unione europea lavora il 77,2% dei neodiplomati e l'87% dei neolaureati. Significa che l'Italia registra ancora uno svantaggio di 14,3 punti percentuali per i primi e di 8,3 punti per i secondi. Nel rapporto, ISTAT osserva che "il divario Italia-Ue27 nei tassi di occupazione dei neodiplomati e neolaureati continua a ridursi", anche se le percentuali europee restano nettamente superiori.
La laurea offre maggiori possibilità di occupazione
Il vantaggio del titolo universitario emerge anche osservando l'intera popolazione in età lavorativa. Secondo ISTAT, nel 2025 il tasso di occupazione delle persone tra i 25 e i 64 anni raggiunge l'85,3% tra chi possiede un titolo di studio terziario, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi ha conseguito al massimo la licenza media. La differenza tra laureati e diplomati è dunque di 10,7 punti percentuali, mentre supera i 29 punti rispetto a chi possiede un titolo di studio più basso. Anche la disoccupazione diminuisce al crescere dell'istruzione: riguarda il 3% dei laureati, il 5% dei diplomati e l'8,7% delle persone con un livello di istruzione non superiore alla scuola secondaria di primo grado. "Si conferma, dunque, il “premio” occupazionale al crescere del grado di istruzione", sottolinea ISTAT, evidenziando il valore del percorso formativo nel favorire l'accesso al lavoro. La laurea, tuttavia, non assicura automaticamente un contratto stabile né permette di stabilire, sulla base di questi soli indicatori, quanto sarà elevata la retribuzione.
L'Italia ha ancora pochi laureati rispetto all'Europa
Uno dei dati più significativi del rapporto riguarda la diffusione dell'istruzione universitaria. Nel 2025 soltanto il 22,3% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di studio terziario, contro una media europea del 36,9%. Il nostro Paese si colloca al penultimo posto nell'Unione europea, davanti soltanto alla Romania. Il divario appare ancora più evidente nel confronto con Francia e Spagna, dove la quota di laureati raggiunge rispettivamente il 44,9% e il 42,4%. La percentuale italiana è rimasta sostanzialmente invariata rispetto al 2024, mentre a livello europeo il livello di istruzione terziaria continua a essere decisamente più diffuso.
Il problema non riguarda soltanto il numero di persone che arrivano all'università, ma anche la capacità del sistema formativo e produttivo di valorizzare le competenze acquisite.
Nord e Sud, le opportunità restano diverse
Il rapporto ISTAT conferma che il territorio continua a incidere sulle possibilità occupazionali. Nel Mezzogiorno i tassi di occupazione risultano inferiori rispetto al Nord per tutti i livelli di istruzione. Il divario raggiunge 19,2 punti percentuali tra i diplomati e 10,2 punti tra i laureati, mentre sale a 23,4 punti per chi possiede titoli di studio più bassi. L'istruzione superiore contribuisce quindi a ridurre le differenze territoriali, ma non riesce a eliminarle. Anche la diffusione dei titoli universitari presenta forti squilibri. Nel Mezzogiorno soltanto il 18,7% della popolazione tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo terziario, contro il 23,1% del Nord e il 26,4% del Centro. Sono differenze che incidono sulle prospettive dei giovani e sulle scelte delle famiglie, soprattutto quando la ricerca di un lavoro richiede di spostarsi lontano dal luogo in cui si è studiato.
Le donne studiano di più, ma lavorano meno
Un'altra contraddizione emerge dal confronto tra uomini e donne. ISTAT la sintetizza con parole particolarmente significative: "le donne sono più istruite ma meno occupate". Nel 2025 il 25,9% delle donne tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo terziario, contro il 18,6% degli uomini. Anche considerando almeno un diploma o una qualifica, la percentuale femminile è superiore: 69,6% contro 64,3%.
Nonostante il maggiore livello di istruzione, il tasso di occupazione delle donne si ferma al 60,8%, mentre quello maschile raggiunge l'80,9%. La distanza diminuisce sensibilmente tra i laureati, dove il divario occupazionale di genere è pari a 6,5 punti percentuali, ma rimane molto più ampio tra le persone con titoli di studio inferiori. La maggiore istruzione rappresenta dunque un vantaggio, senza essere sufficiente a superare gli ostacoli che continuano a condizionare la partecipazione femminile al mercato del lavoro. ISTAT segnala inoltre che il lavoro a tempo parziale è molto più diffuso tra le donne e che, per il 45,7% delle occupate part-time, la riduzione dell'orario non deriva da una libera scelta, ma dalla mancanza di opportunità a tempo pieno.
Meno giovani fuori dallo studio e dal lavoro
Accanto alle criticità, il rapporto registra un segnale incoraggiante. Nel 2025 la quota dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non partecipano a percorsi di istruzione o formazione, i cosiddetti NEET, scende al 13,3%, con una riduzione di 1,9 punti percentuali rispetto al 2024. Anche la distanza dalla media europea diminuisce, passando da 4,1 a 2,3 punti. Il miglioramento indica che una quota crescente di giovani risulta inserita nel lavoro oppure in un percorso formativo, ma il fenomeno continua a rappresentare una sfida per il sistema educativo e per le politiche occupazionali. Per le scuole, questi dati offrono anche uno spunto di riflessione sull'orientamento. Accompagnare gli studenti nella scelta del percorso successivo significa aiutarli a conoscere non soltanto le proprie inclinazioni, ma anche le opportunità formative, le caratteristiche del mercato del lavoro e le differenze che ancora esistono tra i territori. Il messaggio che emerge dal rapporto ISTAT è chiaro: studiare aumenta le possibilità di trovare lavoro, ma il titolo di studio, da solo, non basta a garantire pari opportunità. La sfida è fare in modo che l'impegno formativo dei giovani possa tradursi in prospettive professionali concrete, indipendentemente dal genere e dal luogo in cui vivono.
di La Redazione
Docenti e ATA, permessi 150 ore 2027: domanda con riserva per i percorsi abilitanti e il terzo ciclo Indire?
Stipendi, 152 euro di aumento e 1.136 euro di arretrati: chi li riceverà e quanto arriverà in busta paga. Le tabelle per docenti e ATA
GPS, il punteggio può cambiare dopo la prima supplenza: cosa controlla la scuola e perché conservare il decreto di convalida




.jpg)
.jpg)




















%20(2).jpg)
.jpg)

%20(2).jpg)






















.jpg)
Commenti