Denise Cosco, il coraggio di testimoniare contro la ’ndrangheta. CNDDU: “Educare alla legalità significa anche spiegare ciò che avviene dopo”
La figlia di Lea Garofalo contribuì all’accertamento delle responsabilità per l’omicidio della madre. Il Coordinamento invita la scuola a raccontare anche ciò che comporta rompere con un sistema criminale e ricostruire la propria vita

La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, riporta al centro una storia segnata dalla ’ndrangheta, ma anche dal coraggio di una testimonianza che contribuì all’accertamento delle responsabilità per l’omicidio della madre. Denise è morta a 35 anni, quattro giorni dopo essersi lanciata da una finestra. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita alla massima cautela, ricordando che “non sono ammissibili interpretazioni affrettate” sulle ragioni di una decisione personale così drammatica.
Denise era ancora molto giovane quando si trovò al centro della vicenda familiare e giudiziaria che portò alla condanna definitiva del padre Carlo Cosco e degli altri responsabili dell’omicidio di Lea Garofalo. Dopo la testimonianza arrivarono anni di protezione, una nuova identità e la necessità di ricostruire la propria esistenza lontano dai riferimenti precedenti.
Ed è proprio su ciò che il CNDDU invita a spostare lo sguardo: “l’attenzione pubblica tende a concentrarsi sulla denuncia, sul processo e sulla sentenza, mentre rimane spesso meno visibile ciò che accade successivamente a chi ha assunto decisioni capaci di modificare radicalmente il proprio percorso personale.”
Una testimonianza, dunque, non si esaurisce nel momento in cui viene resa davanti a un magistrato o in un’aula di tribunale. Dopo possono esserci una nuova vita da costruire, relazioni da ricomporre, autonomia da conquistare. “Sicurezza, lavoro, autonomia economica, relazioni e possibilità di ricostruire una quotidianità costituiscono aspetti essenziali di un percorso che non termina con la conclusione del procedimento giudiziario.” Il Coordinamento ribadisce però un punto essenziale: la morte di Denise non può essere collegata automaticamente agli eventi che hanno segnato la sua vita. Eventuali elementi di rilievo dovranno essere accertati nelle sedi competenti. Resta, invece, la possibilità di interrogarsi su cosa significhi per una persona rompere con un contesto criminale e convivere nel tempo con le conseguenze di quella scelta.
Ed è qui che, secondo il CNDDU, la scuola può svolgere un ruolo decisivo. La storia di Lea Garofalo e Denise Cosco non dovrebbe essere ridotta a una commemorazione o al racconto di un processo: “educare alla legalità significa anche spiegare ciò che avviene dopo una testimonianza. Significa far comprendere che sottrarsi a un contesto criminale può comportare una profonda ridefinizione della propria esistenza e che alla scelta individuale deve corrispondere una responsabilità istituzionale capace di proseguire nel tempo.”
Raccontare questa storia agli studenti significa allora andare oltre la retorica dell’eroismo e mostrare quanto possa essere complesso scegliere di sottrarsi alla logica mafiosa. “Denise non può essere ricordata soltanto come la figlia di Lea Garofalo o come la giovane che testimoniò contro il padre.”
La domanda posta dal Coordinamento va oltre la singola vicenda: “Quale spazio siamo capaci di garantire, nella società, a chi rompe un sistema di appartenenze e condizionamenti criminali e deve successivamente ricostruire la propria vita?”
Ed è probabilmente questo il passaggio più forte dell’intero comunicato. La testimonianza non è soltanto un atto giudiziario. È una scelta che può cambiare un’esistenza. E proprio per questo la scuola, conclude il CNDDU, può trasformare la storia di Denise in conoscenza critica, aiutando gli studenti a comprendere che il contrasto alle mafie non finisce con una sentenza.
di La Redazione
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